Brasile: la transizione green di Lula

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A otto mesi dal suo ritorno al potere per la terza volta, il presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva sembra non essere più il leader intoccabile a cui molti stati occidentali sognavano di avvicinarsi per instaurare futuri accordi. Il terzo mandato, dopo il lungo periodo al potere dal 2003 al 2011, si sta rivelando difficile: i continui dubbi e delusioni generatisi tra i suoi sostenitori sono dovuti principalmente dall’atteggiamento restio dei mercati, con una banca centrale astiosa e refrattaria che mantiene i suoi tassi al livello più alto possibile (13,75%).

Tuttavia, guardando un quadro più generale, il percorso politico attuale di Lula non può essere assolutamente definito come “negativo”. Seppur solo il 37% dei brasiliani sostiene le sue politiche (secondo un sondaggio Datafolha pubblicato il 19 giugno – e dato assolutamente lontano rispetto a quell’87% di gradimento di cui godeva alla fine del suo mandato precedente), il PIL è cresciuto del 1,9% nel primo trimestre del 2023, il real brasiliano si sta gradualmente rafforzando rispetto al dollaro, la disoccupazione è scesa all’8,5% (livello più basso dal 2015) e l’inflazione sembra essere sotto controllo. Inoltre, dopo quattro anni di crescente distruzione dell’Amazzonia brasiliana, la deforestazione è diminuita del 33,6% durante i primi sei mesi del mandato di Lula; quest’ultimo, infatti, concentrato a traghettare il Brasile in una tanto importante quanto necessaria transizione ecologica.

 

Lula: il leader “green” del Brasile

Per la foresta amazzonica il ritorno di Lula a capo del Brasile è una buona notizia. Da cinquant’anni la deforestazione ha già causato la scomparsa del 17% di uno dei più importanti “polmoni verdi” del nostro pianeta, di cui il 60% solo in Brasile. In otto mesi alla presidenza, e nonostante un bilancio ambientale approvato dal predecessore autoritario Jair Bolsonaro, Lula ha già incredibilmente invertito la tendenza, riducendo drasticamente la deforestazione: “Lo sforzo per invertire la curva della crescita è stato raggiunto. Questo è un dato di fatto: abbiamo invertito la curva, la deforestazione non aumenta”, ha dichiarato durante una presentazione a Brasilia il segretario esecutivo del ministero dell’Ambiente, João Paulo Capobianco.

Sono solamente otto mesi. Nulla rispetto al lungo futuro e al grande impegno che servirà per stabilizzare il Brasile in una vera e propria transizione verde. Tuttavia, questi dati sono un segnale incoraggiante sia per il futuro ambientale del nostro pianeta che per il presidente Lula. Soprattutto se paragonato al pessimo lavoro del suo predecessore Bolsonaro, il quale indebolì le autorità ambientali mentre la sua insistenza sullo sviluppo della regione amazzonica andò a braccetto con i proprietari terrieri e agricoltori a lungo diffamati dalle leggi ambientali.

 

La contraddizione mineraria

Non tutto è rose e fiori. E soprattutto il Brasile ha vissuto – principalmente con l’autorità di Bolsonaro – un lungo periodo di contraddizioni che, ovviamente, rimangono tutt’ora nella presidenza di Lula. Più in particolare, le antinomie emergono nel momento in cui si vuole promuovere una transizione ecologica all’interno di un paese, come il Brasile, ancora estremamente dipendente dall’industria mineraria. Prendiamo, per esempio, il programma “Solar for All” (contenuto all’interno del cosiddetto “Green Plan”), che mira ad installare pannelli solari nei quartieri periferici urbani. Tuttavia, la produzione di queste strutture dipende estremamente dall’estrazione di minerali critici, che seppur compiuta in zone ecologicamente sensibili rimane ancora un’attività essenziale per il paese per l’impossibilità economica del Sudamerica di esportare dall’occidente per i prezzi troppo elevati.

 

Niente accordo al vertice di Belém

C’erano grandi aspettative durante il grande vertice a Belém sull’Amazzonia, tenutosi dall’8 agosto e in cui tutti i principali leader sudamericani avevano il grande compito di riuscire a mettere a punto soluzioni coraggiose per salvare la più grande foresta pluviale del mondo. Si trattava del primo vertice in 14 anni per il gruppo di otto nazioni che condividono il bacino amazzonico: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela. Di conseguenza, anche le aspettative erano alte ma, tuttavia, in parte tradite. Sono infatti saltati gli accordi più attesi alla vigilia: l’impegno comune per potere fine alla deforestazione entro il 2030 e la riduzione/esclusione della ricerca di fonti fossili nel sottosuolo amazzonico. Seppur altri risultati non da buttare completamente, il parziale fallimento del vertice di Belem dimostra, ancora una volta, la forza dell’industria estrattiva e l’impossibilità latinoamericana – tra cui ovviamente il Brasile – di staccarsi da un passato “ambientalmente” corrotto.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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