Hawaii: un incendio senza fine

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È un’estate completamente avvolta delle fiamme quella di quest’anno: Grecia, Spagna e Italia. Sfollati, morti e enormi danni al territorio stanno aprendo gli occhi a tutto il mondo sulle conseguenze di anni di “cecità ambientale”. Tuttavia, in alcuni luoghi del mondo questi incendi hanno conseguenze nettamente maggiori, soprattutto sulla vita delle persone. Stiamo parlando, in particolare, delle Hawaii che in quest’ultima settimana è completamente avvolta dalle fiamme, con centinaia di locali e soprattutto turisti costretti alla fuga.

 

Le Hawaii in fiamme

Il numero delle morti continua a salire esponenzialmente. Il giorno di scrittura di questo articolo, martedì 15 agosto, il bilancio è salito a quota 96 vittime, a causa degli incendi concentrati principalmente nell’isola di Maui e che hanno devastato la storica città turistica di Lahaina. Oltre a questo, duemila strutture sono andate perse nelle fiamme, decine di migliaia di residenti e turisti sono stati costretti ad evacuare l’isola e migliaia di ettari di terreno sono completamente bruciati. L’incendio delle Hawaii, a fronte di tutto ciò, è divenuto uno dei più grandi e soprattutto dei più mortali nella storia recente degli Stati Uniti, con ospedali completamente saturi e un servizio sanitario di emergenza insufficiente e interrotto in una parte dell’isola.

Abbiamo subito un terribile disastro”, ha comunicato l’8 agosto, giorno di partenza di questo disastro, il governatore delle Hawaii Josh Green. Risposta sincera, ma che non rispecchia in alcun modo la mancata prontezza con cui il governo ha risposto allo scoppio di tale disastro naturale, in particolare sugli avvertimenti iniziali (i sistemi di allarme, testati mensilmente, hanno avvisato la popolazione troppo tardi della necessaria fuga) o alla distribuzione di aiuti nei giorni seguenti. Inoltre, come sottolineato dallo stesso Green, con centinaia di persone ancora disperse tra le macerie (tanto che si è arrivati alla decisione di compiere test del DNA per facilitare l’individuazione dei corpi) è probabile che il bilancio delle vittime aumenti ulteriormente e che l’operazione di salvataggio ha spostato l’attenzione sulla “perdita di vite umane”.

 

La distruzione del territorio

Al di là delle morti, un altro successivo e grande problema sarà quello di individuare i danni ambientali di tale disastro naturale. L’incendio maggiore, scoppiato nella oramai completamente distrutta Lahaina, seppur contenuto all’85%, ha bruciato 2.170 acri, ovvero 880 ettari, secondo la Contea di Maui. Un altro incendio dell’entroterra di Kula, contenuto al 60%, ha carbonizzato 270 ettari di terreno; mentre gli incendi più piccoli sembrano oramai essere completamente sotto controllo.

Lahaina è risultata essere la città più colpita dall’incendio, situata nel nord-ovest di Maui. Con circa 13.000 e centro di caccia alle balene, ogni anno attirava oltre due milioni di turisti. Dopo il disastro, i cani di soccorso hanno cercato per diverse ore le vittime tra le rovine carbonizzate e, secondo la Federal Emergency Management Agency (FEMA), si stima che la ricostruzione della città costerà almeno 5,5 miliardi di dollari.

 

Anni e anni di disattenzione

Guardando ai video registrati a Lahaina sembra veramente di essere all’inferno e, di conseguenza, ci si chiede chi o cosa possa aver provocato un tale dramma. Un tempo gli incendi boschivi erano assolutamente rari alle Hawaii, tanto che potevano essere praticamente provocati solo da eruzioni vulcaniche o fulmini secchi. L’attività umana degli ultimi decenni, tuttavia, li ha resi nettamente più comuni ed estremi: l’area media bruciata ogni anno è addirittura aumentata di circa il 400% nell’ultimo secolo e tendono a partire sempre più dalle secche praterie – secondo la Hawaii Management Organization.

Inoltre, come potevamo ben immaginare, parte di questi drammi sono dovuti al cambiamento climatico, che sta rendendo le Hawaii molto più secche e maggiormente propense agli incendi. Infine, come scritto anche su Hawaii Business Magazine, una parte della colpa è la diffusione di erbe invasive altamente infiammabili, tra cui la faraona e l’erba fontana che oggi coprono un’enorme porzione delle isole e forniscono combustibile per gli incendi.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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