Mediterraneo: “hub” del cambiamento climatico

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La metafora dell’inferno dantesco, per milioni di abitanti in tutto il Mediterraneo, è assolutamente poco esagerata negli recenti mesi. Sconvolgimento e devastazione che, negli ultimi giorni, si è accentuata in maniera mai vista prima: fuoco e fiamme sparse per i principali paesi del Mediterraneo, dalla Spagna alla Turchia, dalla Tunisia alla Grecia per finire con la nostra penisola. Un’immagine letteralmente infernale che ha dato spunto ai meteorologisti italiani per chiamare questo anticiclone africano “Cerberus”, il cane a tre teste guardia dell’ingresso agli inferi nella mitologia greca. Situazione che, più semplicemente, potrebbe essere chiamata “crisi climatica”.

 

Il Mediterraneo a fuoco

L’ondata di caldo che continua imperterrita da inizio stagione quasi certamente non si sarebbe verificata senza il cambiamento climatico indotto dall’uomo, come affermato da molte ricerche internazionali tra cui quella del World Weather Attribution. Una massa di aria estremamente calda e secca proveniente dal Sahara si è parcheggiata sopra il Mediterraneo occidentale principalmente dalla fine di aprile, scatenando già al tempo temperature più tipiche di luglio o agosto per tutta la regione.

A causa di questa ondata – e più in generale, quindi, della crisi climatica, il Mediterraneo ha registrato un sensibile aumento della temperatura. Ad aprile, per esempio, la temperatura è salita di +3°C rispetto alla media storica, secondo i dati rivelati da Copernicus, la missione congiunta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e della Commissione Europea. Riscaldamento globale che, anzitutto, ha portato ad un innalzamento della temperatura dell’acqua marina: questo fatto (oltre a portare danni rilevanti alla fauna e flora marina) è una delle principali cause di aumento del rischio di eventi estremi come gli uragani. Anche una minima e, ai più, banalissima variazione può essere fatale, come sta accadendo proprio in questi mesi: all’inizio di aprile, invero, la superficie dell’oceano ha toccato i 21,1 gradi, superando il precedente massimo di 21 gradi stabilito nel 2016.

Come scrive Ettore Barili per due.gradi, “La nostra comprensione dei cambiamenti climatici si basa sullo studio di alcune tendenze, valori medi che aggregano ‘nascondendo’ realtà temporali e spaziali diverse”; termini che, seppur continuino ad aiutare a tracciare una linea comune per un fenomeno come quello del cambiamento climatico, hanno il grande limite spesso di non tenere conto delle differenze tra le varie zone territoriali. “Infatti, non tutte le aree del mondo saranno colpite allo stesso modo dall’evoluzione delle condizioni climatiche: alcuni paesi dispongono di pochi mezzi per adattarsi e alcune regioni, chiamate hotspot dei cambiamenti climatici, risentono maggiormente dei loro effetti”. Tra tutte le zone del Vecchio Continente, come potevamo aspettarci dalla sua geolocalizzazione, il Mediterraneo è quello più a rischio, un chiaro hotspot vittima delle ondate di caldo africane: infatti, se l’aumento delle temperature è maggiore del 20% rispetto all’aumento delle temperature medie globali, in estate il riscaldamento del bacino del Mediterraneo è addirittura più intenso persino del 50%.

 

Il caso più drammatico: la Grecia

Mentre i ricordi di temperatura crollano miseramente e tutto il mondo sembra prepararsi per l’estate più calda mai registrata, i servizi meteorologici e gli esperti della Grecia hanno avvertito il paese della possibilità di costanti incendi boschivi, con temperature che salgono da inizio luglio fino a 44°C in molte aree. Situazione infernale accesasi sia sulla terraferma che, per esempio sulle isole di Corfù ed Evia, ma che ha visto forza maggiore nell’isola di Rodi. Si stima infatti che circa 19.000 persone siano state evacuate dall’isola e altrettante hanno provato a cercare rifugio in edifici di fortuna come scuole, palestre o navi attraccate nei porti. Più in generale, il 24 luglio c’erano addirittura 82 incendi in tutta la Grecia, di cui 64 cominciati già il giorno precedente; disastri resi ancor più pericolosi dal forte vento che alimentava le fiamme.

I danni e la grandezza del fenomeno sono inoltre state sottolineate dal governo e dagli esperti del paese. Il Ministero dei cambiamenti climatici e della Protezione civile ha affermato che si tratta della “più grande evacuazione da un incendio nel Paese”, mentre Efthymis Lekkas, professore di geologia all’Università di Atene ha affermato che “se questa catastrofe continua, ci sarà un collasso ambientale in Attica (la regione intorno ad Atene). Se non riusciamo a salvare le nostre ultime risorse naturali, alla fine sperimenteremo la desertificazione e Atene sembrerà Dubai”.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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