Cina: alla conquista per evitare una crisi alimentare

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Il fattore demografico, come ben possiamo immaginare, è una delle variabili fondamentali per la crescita o il fallimento di uno Stato. È anche quella componente che, probabilmente più di tutte, unisce il mondo agroalimentare-enogastronomico alla geopolitica. E chi se non lo Stato – ancora per poco – più popoloso al mondo possiamo prendere come soggetto d’analisi per capire questa correlazione: la Cina, infatti, con la sua “esplosione” demografia al termine del Novecento si è assicurata sì il titolo di seconda (se non prima) potenza globale; ma, allo stesso tempo, l’aumento della popolazione ha aperto a innumerevoli problemi per lo Stato asiatico. È così che il territorio di Pechino ha dovuto ampliare in maniera esponenziale il suo mercato agroalimentare e investire praticamente in tutto il globo per soddisfare le esigenze di uno Stato sempre più “internazionalizzato”.

 

La Cina ha sempre più bocche da sfamare e investimenti da fare

Se la Cina riesce, in qualche modo, a mantenere attorno a sé quell’aura di paese asiatico, lontano dagli ideali americano-europei e di oppositore statunitense, c’è un elemento che – grazie alla globalizzazione – è sempre più succube all’occidentalizzazione e internazionalizzazione di Pechino. Gli oltre 1,4 miliardi di abitanti della Cina hanno sviluppato lungo i primi due decenni del XXI secolo un appetito che sta cambiando non solo il modo in cui lo Stato asiatico deve produrre e vendere cibo; ma del mondo intero. La dieta cinese, infatti, sta divenendo sempre più simile a quella dell’occidentale medio, costringendo le aziende a setacciare l’intero pianeta alla ricerca di qualsiasi alimento, dal bacon alle banane, dal vino al mais. Si è venuta quindi a formare una rete alimentare globale sotto lo stretto controllo del governo della RPC: un grande obiettivo protetto dall’ala del grande progetto della “Belt and Road Initiative” (BRI) – comunemente conosciuta da tutti come la Nuova Via della Seta.

Il settore agricolo cinese, dai minuscoli appezzamenti di riso di inizio secolo scorso alle grandi aziende internazionali in grado di sfidare attori globali come Nestlé SA e Danone SA, sta attraversando quindi una vera rivoluzione alimentare che potrebbe essere altrettanto influente quanto la trasformazione industriale che ha riscritto il commercio globale. Un’opportunità che, tuttavia, si deve scontrare con l’incapacità dei territori e campi cinesi di soddisfare la propria rivoluzione e le esigenze popolari: infatti, se per nutrire un consumatore medio statunitense ci vuole circa un acro di terreno (circa mezzo ettaro), la Cina dispone solamente di 0,2 acri di terra coltivabile per cittadino, comprendendo anche quelli degradati dall’inquinamento. Pertanto, il governo comunista cinese ha spostato sempre più l’attenzione verso l’esterno, fuori dai suoi confini, seguendo ferocemente due grandi obiettivi: investimenti e importazioni. Il tutto arricchito dalla volontà estrema di raggiungere un quadro tecnologico agricolo senza alcun rivale.

 

Gli investimenti in Africa

Se le basi agroalimentari cinesi compaiono un po’ ovunque nel pianeta, sono soprattutto nelle aree in via di sviluppo che gli investimenti assumono le caratteristiche di conquista territoriale ed economica; in primis in Africa. Senza entrare troppo nel dettaglio dei paesi in cui Pechino ha instaurato le sue basi alimentari (per citarne alcune, Mozambico, Zambia, Uganda, Tanzania e Zimbabwe), un elemento centrale per capire il way of investing (il “modo di investire”) cinese è guardare agli investimenti nelle infrastrutture. La Cina ha una lunga storia di investimenti nelle infrastrutture africane, e questa rimane in qualche modo l’eredità ancora oggi più visibile del paese. Le ferrovie, in particolare, sono l’elemento d’analisi più interessante: negli anni Settanta, Pechino fu l’artefice della ferrovia Tanzania-Zambia, che collegava quest’ultimo – ricco di minerali e senza sbocchi sul mare – all’Oceano Indiano; un aiuto che consisteva in un prestito senza interessi di oltre un miliardo e mezzo di dollari, un milione di tonnellate di macchinari e materiali e cinquanta mila lavoratori. Oppure, per citare un altro esempio, la linea ferroviaria che collega la città costiera di Mombasa alla capitale del Kenya Nairobi, per poi giungere all’Uganda, al Sud Sudan, al Burundi e infine in Ruanda. Gigantesco investimento che, secondo lo stesso ex presidente keniano Uhuru Kenyatta, avrebbe portato a ridurre il prezzo di spostamento di una tonnellata di merci da 0,20 a 0,08 dollari.

In conclusione, a fronte delle numerose critiche occidentali sull’invasione economica cinese in Africa bisogna rispondere guardando l’altro lato della medaglia: migliorare le reti stradali o le ferrovie rende sicuramente più semplice per la Cina estrarre risorse di cui ha bisogno dai paesi africani. Questo è vero, ma è vero in un contesto più ampio: il miglioramento delle infrastrutture rende più facile per tutti fare tutto, Cina compresa. Un miglioramento che, in qualche modo, può essere visto come un bene universale, soprattutto agli occhi della popolazione africana.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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