Cina e il problema demografico

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Molto spesso abbiamo parlato della crisi demografica che la nostra penisola sta affrontando oramai da diversi decenni: “Pensioni per tutti, lavoro per nessuno”, addirittura intitolammo un nostro recente articolo e il nostro ultimo post Instagram mostra graficamente proprio questa situazione. Spostiamoci, però, dall’altra parte del mondo, nello Stato più importante del globo e quello che, attualmente, oscilla tra l’essere il primo o secondo paese più popoloso della terra: la Cina. Quasi più dell’Italia stessa, nel corso degli ultimi mesi, ci siamo concentrati sull’enorme problema demografico che sta, letteralmente, mettendo a duro repentaglio il futuro del più importante player asiatico.

 

Il crollo demografico della Cina

Per molti può sembrare un evento di poco conto; qualcosa di quasi “simpatico”: secondo le stime ufficiali delle Nazioni Unite, ad aprile 2023 l’India ha superato la Cina per numero totale di abitanti, divenendo lo Stato più popoloso della terra. Una storia affascinante in sé e per sé, dal momento che il territorio di Pechino ha detenuto per secoli tale primato. Ma il vero significato di questo evento, soprattutto per la geopolitica internazionale, non riguarda il sorpasso o chi è divenuto il numero uno: piuttosto, questa tendenza dimostra chiaramente come qualsiasi disfattismo occidentale basato sui timori per l’ascesa economico-strategica della RPC dovrebbe essere tuttavia mitigato dai numerosi vincoli che pesano su questo paese, in primis la sua discesa demografica.

Chiaramente non si sta banalizzando o semplificando il processo di conquista economica da parte di Pechino – che rimane un fatto indiscutibile e non indifferente; ma è tutt’altro che ovvio che il tempo sia completamente dalla parte della Cina: nel 2022, per la prima volta dal 1961, la popolazione cinese è diminuita, poiché i decessi hanno superato per la prima volta le nascite portando ad un calo di circa 850.000 persone, secondo il National Bureau of Statistics (NBS). Un panorama che si incupisce più si guardano i dati futuri: secondo i modelli demografici presentati dalle Nazioni Unite, infatti, viene rivelato come la popolazione cinese potrebbe scendere a 1,3 miliardi entro il 2050 e, spaventosamente, scendere sotto quota 800.000 entro il 2100. Uno spostamento demografico causato, come già ampiamente affermato, dalla diminuzione del tasso di natalità, assieme ovviamente ad un rapido invecchiamento della popolazione: nel 2022, invero, il tasso di natalità nazionale è sceso al minimo storico di 6,77 nascite ogni 1.000 abitanti, nettamente in calo rispetto ai 7,52 del 2021. Crolli che, di conseguenza, hanno portato ad una diminuzione della popolazione in età lavorativa (quella tra i 16 e i 59 anni) dello 0,5%.

 

Dalla politica del “figlio unico” a quella del “figlio multiplo”

Quando la Cina attuò nel 1980 la politica del figlio unico, il Partito Comunista era preoccupato che la rapida crescita demografica avrebbe interferito gravemente con i risparmi e gli investimenti e, più in generale, con i piani del PCC per aumentare rapidamente sia il reddito pro capite che il valore dell’economia totale. Dal termine della Seconda guerra mondiale e dal momento dell’ascesa del partito comunista, la popolazione del territorio di Pechino era quasi raddoppiata, seppur la già radicale diminuzione della fertilità dovuta al miglioramento delle condizioni di vita (da sei figli per donna nel 1950 a ben meno di tre nel 1980). Dal 1990 in poi, però, questa politica venne applicata con sempre maggior forza e nel giro di un decennio la fertilità scese a poco più di 1,5 figli per donna.

Una mossa, quella del figlio unico, talmente avventata e forzata che oggi ha portato alla richiesta e necessità proprio dell’opposto: una asfissiante necessità ad aumentare l’andamento della curva demografica per evitare la fine dell’egemonia cinese.

 

Ragionamenti geopolitici

Se per l’Occidente questa crisi demografica può sembrare un punto a favore per il crollo dell’egemonia economico-politica cinese, tuttavia il quadro non è proprio così rose e fiori. Per alcuni studiosi, tale calo dovrebbe fornire una prospettiva temperante sulla questione di quanto presto la Cina potrebbe usare la forza o il suo potere di conquista. Spieghiamoci meglio. Questo tipo di tendenza demografica potrebbe giungere a persuadere Pechino sulla necessità – più che opportunità – di continuare, terminare o innovare le varie aggressioni che sta compiendo a livello internazionale. Pensiamo, per esempio, al caso di Taiwan, oppure alla conquista dell’Africa che lentamente sta avvenendo lungo la costa orientale.

Tuttavia, si aggiungono però gli enormi rischi dietro a questo pericoloso ma quasi necessario progetto. Principalmente dalla correlazione delle forze militari e la difficoltà di ottenere quella vittoria internazionale decisiva praticamente impossibile in un mondo di grandi potenze. La Cina e il PCC saranno ancora per anni il governo più forte del globo; ma nessuno è in grado di affermare con certezza che Pechino sia pronta a stabilire la sua egemonia a livello internazionale come una sorta di inevitabilità storica.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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