Cina, Pechino contro la deflazione

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Tutto il mondo, oramai da diversi anni, sta combattendo arduamente contro l’inflazione, principalmente causata dalla pandemia e dall’attuale guerra in Ucraina. Negli Stati Uniti i prezzi delle grandi metropoli sono alle stelle; in Italia dobbiamo affrontare un spaventoso aumento dei servizi soprattutto durante questo periodo estivo e, infine, in Argentina (come nel resto del Sud America) l’inflazione raggiunge nuovamente i suoi massimi storici. Praticamente tutto l’Occidente è in battaglia costante contro il fenomeno dell’aumento dei prezzi; tutti tranne uno stato: la Cina.

In particolare, da luglio di quest’anno Pechino è scivolata nell’arduo territorio della deflazione, con prezzi al consumo in netto calo per la prima volta in più di due anni.

 

Il valore della deflazione in Cina

Secondo il National Bureau of Statistics of China (NBS), l’indice dei prezzi al consumo (il principale indicatore dell’inflazione di un paese) è sceso dello 0,3% a luglio, dopo un mese di giugno completamente “piatto”. Una diminuzione che ritorna per la prima volta dal 2021, quando i prezzi divennero più deboli a causa della pandemia covid che colpì la domanda (e, in particolare, con una netta decrescita dei prezzi della carne di maiale). I recenti dati, infatti, rilasciati martedì 8 agosto, hanno mostrato come le importazioni ed esportazione del paese siano diminuite più drasticamente del previsto, a causa del calo della domanda globale di prodotti cinesi.

A otto mesi dall’abbandono totale della politica “zero Covid”, la Cina sembra entrare in una complicata spirale di crisi economica, che non gli permette di stare al passo con il suo status di superpotenza internazionale. Un calo dei prezzi che, ovviamente, ha anche abbassato il costo dei prodotti alimentari e, di conseguenza, anche quello della vita in generale. Le fabbriche del paese stanno già facendo pagare meno per i loro beni, in quanto reagiscono all’indebolimento della domanda dopo il calo dei prezzi delle materie prime. Dati preoccupanti, soprattutto a fronte della richiesta e obiettivo del governo cinese di raggiungere un’inflazione al consumo di circa il 3% per il 2023.

La Cina è quindi la prima economia del G20 a segnalare un caso su base annua dei prezzi al consumo dal 2021: “Dimostra anche che la ripresa economica della Cina, più lenta del previsto, non è abbastanza forte da compensare la domanda globale più debole e aumentare i prezzi delle materie prime”, secondo Gary Ng, economista senior per l’Asia del Pacifico presso Natixis.

 

Un problema interno e internazionale

Ci si aspetta che ciò [la deflazione] aumenterà la pressione sui responsabili politici affinché forniscano stimoli, sebbene finora le misure siano state caute”, ha affermato Elsa Lignos, responsabile globale della strategia FX presso la banca d’investimento RBC Capital Markets. Anzitutto, il problema della deflazione in Cina è, sicuramente, una complicanza interna: per mantenere il suo status e la sua costante crescita economica-politica internazionale, Pechino necessita di stabilità, così come anche le sue principali imprese e le sue sempre più potenti banche. Il crollo dei prezzi è conseguenza di una minor attrazione globale e si prevede che questo scivolamento economico porterà ad ulteriori richieste di stimoli governativi, a fronte soprattutto dell’indebolimento dell’attività commerciale e il rallentamento del settore immobiliare.

Tuttavia, secondo alcuni esperti, il calo dei tassi di inflazione della Cina potrebbe contribuire ad allentare le pressioni sui prezzi in Occidente. Infatti, secondo quanto affermato da Ding Shuang (capo economista per la Grande Cina e l’Asia settentrionale presso la Standard Chartered Bank), la deflazione di Pechino “dovrebbe aiutare a moderare l’inflazione negli Stati Uniti e in Europa”. Panorama perfetto per contrastare l’egemonia cinese; se non per il fatto che la Cina stia divenendo un partner strategico chiave soprattutto per molte aziende dell’Unione Europea.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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