Ecuador: cosa ci dice l’assassinio di Fernando Villavicencio

Condividi:

Sono già passati sei giorni da mercoledì 13 agosto, quando il candidato alle prossime elezioni presidenziali in Ecuador, Fernando Villavicencio, è stato assassinato successivamente un evento elettorale nella capitale Quito. Un sanguinoso incidente e un freddo omicidio (con sospetti ancora difficili da individuare) che si inseriscono all’interno di un quadro di escalation mortale di violenza e criminalità in tutto il Sudamerica e che, nuovamente, sottolinea la fragilità politica e sociale di questi territori.

 

Chi era Villavicencio, ex candidato alla presidenza in Ecuador?

Poche parole da dedicare al terribile evento: il candidato e membro dell’assemblea nazionale del paese Villavicencio è stato brutalmente ucciso durante una manifestazione elettorale, dieci giorni prima delle future elezioni presidenziali. Assieme a lui, altre nove persone sono rimaste ferite, tra cui un candidato all’Assemblea nazionale e due agenti della polizia. Concentriamoci, tuttavia, su chi fu Fernando Villavicencio, per capire in qualche modo e parzialmente i motivi che hanno portato a questa uccisione pubblica. Secondo il suo entourage e l’opinione pubblica, Villavicencio era noto come un instancabile attivista anticorruzione e giornalista investigativo, cinquantanovenne che, durante la sua carriera politica, ha parlato spesso della corruzione e della violenza in Ecuador causata principalmente dal traffico di droga e dalle bande criminali ad esso legate. Egli stesso, a maggio per CNN En Español, affermava che lo stato latinoamericano era divenuto un vero e proprio “Stato narco”, mentre si proponeva di guidare una lotta contro quella che chiamava “mafia politica”.

Inoltre, l’incidente ha spinto l’attuale presidente dell’Ecuador Guillermo Lasso a chiedere aiuto e supporto al Federal Bureau of Investigation (FBI) degli Stati Uniti, annunciando inoltre lo stato di emergenza per sessanta giorni, tre giorni di lutto nazionale e l’immediata mobilitazione delle forze armate in tutto il Paese.

 

Un paese invaso dalla criminalità

L’11 aprile, più di due dozzine di uomini armati mascherati si sono gettati verso un porto di pescatori nella città costiera ecuadoriana di Esmeraldas, sparando all’impazzata verso pescatori e lavoratori portuali e strappando la vita a nove persone di età compresa tra i 28 e i 79 anni. Nei giorni seguenti, sei prigionieri sono stati trovati impiccati in una cella della prigione di Guayaquil e, successivamente, altri dodici prigionieri sono stati massacrati assieme a tre guardie carcerarie. Un quadro tanto macabro quanto, oramai, comune in Ecuador, che negli ultimi mesi sta subendo una delle più forti ondate di violenza e criminalità della sua storia. Non neghiamo di trovarci nel peggior momento di violenza del paese, ha dichiarato il ministro della Difesa Juan Zapata, dopo che la serie di attacchi ha esemplificato quanto sia diventata routine la violenza delle bande nella piccola nazione andina.

Il governo ha perso il controllo di questa crisiha affermato al The Guardian il colonnello ed ex direttore dell’intelligence militare Mario Pazmiño: perdita totale del controllo esplicatasi perfettamente nella decisione di giugno del presidente Lasso, il quale ha sciolto l’Assemblea nazionale e ha indetto elezioni presidenziali e legislative anticipate per la fine dell’anno. Si potrebbe parlare di inefficienza politico-statale o mancanza delle istituzioni come in altri stati limitrofi; assolutamente vero. È, tuttavia, da considerare anche il passato dell’Ecuador, per decenni abituato ad una relativa sicurezza rispetto ai “vicini di casa”. L’attuale ondata di violenza ha sconvolto la vita a molti abitanti, non sicuramente abituati ad avere il quarto tasso di omicidi più alto della regione, superiore addirittura al Messico. Sono finiti i giorni in cui l’Ecuador era conosciuto come “l’isola della pace”, per la sua posizione tra gli storicamente dilaniati dalla guerra Perù e Colombia. Adesso è diventata ciò che non si sarebbe mai aspettata di diventare.

 

Sempre la stessa storia, uguale per tutti

Gira che ti rigira, la storia è uguale per tutti. A fianco della crisi economica (pensiamo all’Argentina), l’instabilità politica principalmente dovuta alla criminalità diffusa e alla corruzione rendono tutta l’America Latina un territorio ancora fragile rispetto alle sue attuali potenzialità. È un’immensa regione completamente immobile, sottomessa al sottosviluppo e alle bande armate che, molto spesso, sono i rappresentanti del potere governativo. Non solo in Ecuador: una situazione comune e costante per tutti gli stati del territorio latino, incapaci ancora di una transizione democratica o di un supporto economico-politico fisso da parte dell’estero.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

Scopri altri articoli