Gaza, ancora guerra ancora fame

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È tornata la guerra a Gaza tra Israele e Palestina. O, forse, sarebbe meglio dire che non si è mai conclusa. C’è chi sta con quello, chi sta con quell’altro; “Free Palestine” scrivono alcuni sui social, contro invece chi supporta invece la causa israeliana. Uno sta con gli “Americani”, l’altro è sotto il comando di un gruppo terroristico. Chi ha ragione? Chi ha torto? In questo momento non ci interessa: ciò che importa è che, da decenni oramai, è in corso una inimmaginabile crisi alimentare nella striscia di Gaza e le vittime, come ben possiamo immaginare, sono sempre i più giovani. Da un passato travagliato alla guerra in Ucraina, per concludere con gli ultimi accadimenti: qualsiasi avvenimento politico-economico-militare non fa altro che attaccare e aggravare la condizione alimentare della popolazione di Gaza, sempre più in guerra e sempre più affamata.

 

Gaza e le conseguenze della guerra in Ucraina

Si potrebbe parlare ore sul travagliato passato che ha traghettato Gaza in questa disastrosa condizione, da decenni in una prolungata e complessa crisi umanitaria e “di protezione”. Divisioni politiche interne e conflitti ricorrenti sono le principali cause, il tutto arricchito dal blocco marittimo, terrestre e aereo imposto da oramai quindici anni da Israele. Una situazione che, già prima della guerra in Ucraina, ha provocato stagnazione economia, perdita di terre e restrizioni al commercio e all’accesso alle risorse, oltre ad un elevato tassi di disoccupazione e povertà.

Come riportato da Zeitun, blog online sulla Palestina, il giovane giornalista di Gaza Mohammed Rafik Mhawesh ha affermato nell’aprile dell’anno scorso che “i prezzi dei generi alimentari hanno subito una notevole impennata, specialmente dall’inizio della guerra Russia-Ucraina”. Più nel dettaglio, il costo di alimenti essenziali come grano o carne è raddoppiato: il pollo – che già solamente una piccola frazione di Gaza poteva in passato permettersi – è aumentato da 20 shekel (circa 5.70 euro) a 45 shekel (quasi 13 euro). Tale situazione potrebbe essere gestibile altrove; ma non in queste zone, in un modo o nell’altro succubi e vittime del blocco economico imposto da Israele.

Torniamo, però, al bene primario per antonomasia: il pane. Sempre nel mese di aprile dell’anno scorso, Oxfam aveva avvertito che le riserve di grano nei territori palestinesi – e in particolare nella striscia di Gaza – avrebbero potuto esaurirsi entro tre settimane, con un aumento del costo del grano del 25%. “Un pacco di pane mi costava sette shekel (quasi due euro) e durava circa quattro giorno. Ora costa otto shekel r mi dura solo due giorni”, affermava un palestinese. Una situazione che, in conclusione, non può che non colpire anche le imprese del territorio: Abduldayed Awwad, direttore della al-Salam Mills Company, ha affermato infatti che “finora abbiamo licenziato circa il 50% dei nostri lavoratori e dipendenti perché non siamo stati in grado di pagare i loro stipendi mensili […] I nostri mulini lavorano attualmente a circa il 5-10% delle loro capacità e non siamo stati in grado di vendere i nostri prodotti negli ultimi tre mesi perché il mercato fa ora affidamento sul grano egiziano, poiché è esente da imposte sul valore aggiunto, ed è quindi più economico del grano palestinese”.

 

Difficoltà negli aiuti umanitari e il ritorno della guerra

C’è grande difficoltà nel continuare a fornire aiuti alimentari nei territori palestinesi a causa della mancanza di fondi, che ha spinto il programma a prendere decisioni difficili”. Così ha annunciato nel mese di giugno Anadolu Alia Zaki, portavoce del World Food Program (WFP) a seguito delle difficoltà riscontrate dalla più grande organizzazione umanitaria al mondo fondata dalle Nazioni Unite. “Gravi carenze di finanziamenti in Palestina stanno costringendo il WFP a sospendere l’assistenza vitale per più di 200.000 persone”: una decisione drastica e drammatica, che permette di rendere più chiaro un quadro umanitario ai limiti dell’immaginabile e, soprattutto, di osservare le conseguenze del blocco imposto da Israele quindici anni fa. Una situazione che, ovviamente, è andata a peggiorare con l’intensificarsi degli scontri negli scorsi giorni: “I civili, compresi bambini e le famiglie vulnerabili, si trovano ad affrontare crescenti sfide nell’accesso alle forniture alimentari essenziali”, ha dichiarato il WFP, il quale si è visto costretto a sollecitare Israele per un accesso umanitario sicuro e senza ostacoli alle aree colpite, invitando tutte le parti a sostenere i principi del diritto umanitario, “compreso il garantire l’accesso al cibo”.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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