Il default degli Stati Uniti

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Inadempienza, omissione”. Secondo i vari dizionari questa sarebbe la traduzione italiana del termine “default”, espressione tipica del mondo informatico per indicare lo stato di base di programmi, computer e apparecchi prima che siano oggetto di interventi specifici. Più recentemente, però, questa parola è entrata nel gergo finanziario per indicare, in sostanza, il fallimento, o di una società o, addirittura, di un intero Stato; quando questo, nel concreto, non è più in grado di adempiere ai propri debiti verso i creditori.

Negli ultimi giorni, però, questa parola è diventata il nemico numero uno dello stato più grande e importante del mondo: gli Stati Uniti, infatti, hanno affermato che esiste un’elevata probabilità che entro le prime due settimane di giugno la nazione non sarà più in grado di pagare tutti i suoi obblighi.

 

Il default “storico”

Mercoledì 10 maggio, come suo solito, l’ex presidente Donald Trump ha affermato nel municipio della CNN che un default degli Stati Uniti potrebbe essere qualcosa di “psicologico” e che “potrebbe non essere niente” o forse solo “una brutta settimana o una brutta giornata”. Gli economisti e gli esperti, però, non sono d’accordo. Il giorno seguente, infatti, il segretario al Tesoro degli USA Janet Yellen ha esplicitamente esortato il Congresso ad aumentare immediatamente il tetto del debito, avvertendo che un default statale produrrebbe una “catastrofe economica e finanziaria” che innescherebbe una recessione economica globale. Linea di pensiero sostenuta da anche molti personaggi di spicco della scena statunitense e internazionale: Elon Musk, CEO di Tesla, per esempio, ha commentato su Twitter con la frase: “Sempre più possibile”; similmente, il premio Nobel Paul Krugman ha avvertito sul New York Times: “La possibilità che il governo federale non sarà presto in grado di finanziare le sue normali operazioni è diventata molto concreta”. Molti sono convinti, piuttosto, che gli Stati Uniti non raggiungeranno la catastrofe, ma avvertono comunque sul continuo ritardo da parte della Casa Bianca: “Più ti avvicini, più avrai panico”, ha affermato, a tal proposito, a BloombergTV Jamie Dimon, CEO di JPMorgan.

 

Le conseguenze del default per gli Stati Uniti

Possiamo individuare due conseguenze principali nel caso in cui gli USA si abbandonassero al fallimento statale, una interna e una, invece, “di facciata”. La prima di queste viene chiarita esplicitamente dal presidente Joe Biden: “Se gli Stati Uniti facessero default, quasi otto milioni di americani perderebbero il loro posto di lavoro e la nazione scivolerebbe in una pesante recessione”. In particolare, in un rapporto di due settimane fa, gli economisti della Casa Bianca hanno stimato l’impatto futuro in tre possibili scenari, dal “migliore” al peggiore: rischio calcolato, insolvenza breve o, addirittura, inadempienza prolungata (che andrebbe a dimezzare il valore del mercato azionario di Washington). Inoltre, anche in un’ipotesi di rischio calcolato, in cui si evita un default vero e proprio, verrebbero cancellati circa 200.000 posti di lavoro e si ridurrebbe di 0,3 punti percentuali il PIL annuo.

La seconda conseguenza “di facciata”, invece, viene sottolineata nuovamente da Janet Yellen: il default “rischierebbe anche di minare la leadership economica globale degli Stati Uniti e solleverebbe interrogativi sulla nostra capacità [quella americana] di difendere i nostri interessi di sicurezza nazionale”. A fronte di due guerre in corso – una personale a fianco di Taiwan e una indiretta come quella in Ucraina – un freno al supporto americano causerebbe danni praticamente in tutto il globo, a vantaggio, ovviamente, della concorrenza mondiale.

 

Le conseguenze nel mondo

Il tempo stringe. E da gennaio gli Stati Uniti non fanno altro che posticipare la necessità di alzare il livello del debito pubblico, attualmente pari a 31.400 miliardi di dollari. Un default americano causerebbe – come già affermato in precedenza – enormi danni in tutto il globo. Anzitutto, ciò provocherebbe una crisi per i mercati più vulnerabili, costringendo ovviamente i governi a ridurre le proprie attività. Secondariamente, il brusco inasprimento delle condizioni finanziarie sarebbe particolarmente negativo per i mercati emergenti, che spesso dipendono totalmente dai flussi di capitale. Infine, oltre all’aumento del costo del finanziamento del debito, la volatilità dei mercati intaccherebbe la fiducia dei consumatori e delle imprese, causando un ridimensionamento delle intenzioni di investimento e l’accumulo di risparmi precauzionali da parte delle famiglie.

Anche senza giungere al default, però, le conseguenze non sarebbero delle più piacevoli: la crescita globale subirebbe un netto rallentamento, addirittura inferiore allo 0,7% rispetto alle proiezioni di base per il 2023 e 2024. L’unico aspetto positivo degno di nota, tuttavia, è che l’indebolimento della domanda potrebbe far scendere l’inflazione di circa lo 0,5% rispetto alle previsioni ipotizzate.

Di seguito vi rimandiamo ad un recente articolo rispetto al fallimento della Silicon Valley Bank di marzo, la più grande crisi bancaria americana dal 2008.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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