Kundera e la guerra in Ucraina

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Con Milan Kundera, morto l’11 luglio di quest’anno, è venuto a mancare un grande scrittore, romanziere dell’esistenza per il quale la sua arte era uno dei fili conduttori per la comprensione del patrimonio culturale europeo. Saggista che, tuttavia, acquista oggi ancora più valore e che, durante la Guerra Fredda, abbozzò una certa idea particolare di Europa (affiancatasi a quelle di Zweig o Valéry), una riflessione che parte dalla sua personale esperienza mitteleuropea – proprio per le sue origini cecoslovacche ed etnia ceca – ma che si allargò rapidamente ai destini del nostro continente e che acquista oggi una risonanza alquanto particolare.

 

Kundera e il passato dell’Europa

A Kidnapped West. The Tragedy of Central Europe”; si intitola così la traduzione inglese proposta dall’editore americano HarperCollins dell’omonimo saggio scritto quarant’anni fa da Milan Kundera: “Un Occident kidnappé ou la tragédie de l’Europe centrale” (1983), pubblicato sull’oramai defunta raffinata rivista parigina Le Débat (e attualmente riproposto da Adelphi, nella traduzione di Giorgio Pinotti intitolata “Un Occidente prigioniero”).

Kundera, in quel lontano 1983, ebbe il grande obiettivo di convincere i suoi lettori ad accantonare il pensiero politico convenzionale, che descriveva la Guerra Fredda come un conflitto internazionale basato sulla contrapposizione fra due grandi Superpotenze, il blocco democratico-liberale occidentale – a guida statunitense – e il blocco comunista sovietico, capeggiato ovviamente dall’URSS. Nella realtà dei fatti, secondo lo scrittore cecoslovacco, persistevano durante la Guerra fredda non due “Europa”, ma bensì tre: l’Europa dell’est era l’URSS; quella occidentale con le grandi potenze europee e gli USA e, infine, quelle che Kundera chiamava “piccole nazioni”, situate a ovest della Russia. Esse avevano caratteristiche completamente differenti rispetto agli usi e costumi occidentali o sovietici: a differenza dei due grandi blocchi, i quali avevano – a loro modo – una forte pulsione verso il dominio e dettate dalla convinzione di potersi imporre nella “Storia”, queste piccole nazioni nutrivano una maggiore sensazione di fragilità, della loro cultura, della loro lingua e della loro stessa esistenza. Un senso di “gracilità” che generava un carattere ironico, beffardo e stravagante, come i personaggi stessi di Kundera o come grandi scrittori come Hermann Broch o Franz Kafka. La vera storia della Guerra fredda, secondo il punto di vista di Kundera, non aveva nulla a che fare con NATO e la sua contrapposizione sovietica; la vera Storia era quella di questa piccole nazioni, che combattevano arduamente per sopravvivere al colonialismo e per preservare la propria cultura e lingua.

 

La guerra in Ucraina

E l’Ucraina non è, per caso, una di queste “piccole nazioni”? In questo recente contesto bellico, che tutti oramai conosciamo fin troppo bene, il territorio di Kiev non ha le medesime caratteristiche sopra descritte e centrali nei testi di Kundera? Assolutamente sì. Le parole dello scrittore sono incredibilmente profetiche e narrano di una realtà molto simile a quella attuale: le sue “Storie” sono narrazioni di sollevazioni e di ribellioni contro il mondo sovietico; dall’Ungheria alla Polonia nel 1956, da nuovamente la Polonia alla Cecoslovacchia nel 1968, e così via negli anni a seguire. L’attuale storia dell’Ucraina è una narrazione di ribellione e difesa della propria identità culturale; salvaguardia della propria “ragion storica” dalle altre due Europe.

Lo stesso Kundera, in una piccola nota apparsa nel 1983 sulla New York Review of Books, dedicò poche parole allo stato ucraino. “Una delle più grandi nazioni europee sta lentamente scomparendo. E questa cosa, enorme e quasi incredibile, sta avvenendo senza che il mondo se ne avveda”. Una nota tanto breve quanto profetica: avanzamento della NATO, guerra di Crimea, scontri atroci, esercitazioni militari perpetue e ritorno del colonialismo russo. Tutti segnali che, nell’ultimo decennio, avrebbero potuto (e dovuto) far presagire di una possibile guerra a Kiev, ma a cui nessuno a voluto dar ascolto.

 

Una prospettiva (europea) generale

Non solo la guerra in Ucraina potrebbe essere, di conseguenza, definita come una vera e propria “guerra kunderiana”. Più in generale, il punto nodale del pensiero dell’autore è il rapporto polemico fra Occidente e Russia. Spieghiamoci meglio: in questo periodo di conflitto tra questi due poli – e anche in precedenza lungo gli anni della crisi economica, la reale tragedia non sarebbe la disfatta solamente in termini bellici, ma soprattutto che l’Europa sembrerebbe perdere sé stessa: l’Europa non è più nel cuore degli europei, lontana dalla sua spinta romantica ottocentesca o dalla sua unione nel momento di creazione del mercato unico.

La Russia allontana la NATO. La NATO allontana Mosca. In mezzo, questi “piccoli stati” cercano di andare laddove possono trovare maggiore libertà e democrazia. Di conseguenza, cos’è l’Europa? In questo miscuglio e disfato quadro qual è la vera essenza dell’Europa?

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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