Prigozhin: cosa accadrà con la morte del leader del Wagner Group?

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Domenica 27 agosto è stata ufficialmente confermata la morte del capo militare del Wagner Group, Yevgeny Prigozhin, avvenuta a bordo di un jet privato d’affari schiantatosi tra Mosca e San Pietroburgo. Una morte ancora avvolta nel mistero e un “colpo di scena” degno di nota nell’attuale guerra ucraina e per l’intero panorama internazionale. Un mese e mezzo fa, infatti, Mosca stava per accogliere alle sue porte la marcia di Prigozhin e del Wagner Group, in ribellione contro i vertici del Cremlino per il mancato successo e le continue perdite di militari al fronte. Meno di una settimana dopo è avvenuta la rappacificazione e, di seguito, il gruppo di mercenari è ritornato nella sua vera patria, l’Africa, dove da anni stabilizza la sua cultura e i suoi fondi economici.

Alla morte del leader Prigozhin le carte si sono completamente ribaltate: da un lato, come spiegheremo più nel dettaglio di seguito, l’incertezza della permanenza in Africa potrebbe aiutare l’Europa e l’Occidente a “riconquistare” i territori perduti negli anni e, d’altro canto, la morte di una delle figure più di spicco nel panorama russo potrebbe portare Putin ad acquisire ancora più potere… o a perderne ancora di più.

 

Prigozhin e l’abbandono dell’Africa

In un recente articolo di poco più di un mese fa, a seguito del fallito colpo di stato del leader mercenario, avevamo fortemente sottolineato la forza e il sostegno – addirittura popolare – che Prigozhin aveva ottenuto nel corso degli anni in Africa. Appoggio emerso già dal 2014, quando il Wagner Group – dopo l’ammissione della Crimea da parte della Russia – aveva iniziato ad operare prima in Siria, per poi spostarsi in altri territori come Sudan, Repubblica Centroafricana, Libia e infine in Mali. Se in passato il Cremlino poteva sfruttare l’ex chef di Putin Prigozhin per promuovere i propri interessi di politica estera nel continente africano, negli ultimi anni il Wagner Group sembrava aver assunto una forza nettamente maggiore rispetto a quella del Cremlino. Prigozhin era il leader russo dell’Africa, non Vladimir Putin.

La morte del mercenario, di conseguenza, apre differenti strade per il continente africano e, soprattutto, una possibilità evidente per l’occidente di ri-sistemare la propria presenza in questi territori. Dall’abbandono francese e americano rispettivamente dal Mali e Afghanistan alla crisi migratoria in Libia o, ancor più recente, l’attuale crisi in Niger: sono tanti gli errori occidentali, ma sono anche tante le possibilità lasciate in gioco con la morte di Prigozhin. Un ritorno dell’Occidente in Africa non è da sottovalutare, sia per l’importanza che questo continente sta raggiungendo in termini di demografia e materie prime, che per combattere su un nuovo fronte la Russia e l’Asia – in particolare Pechino.

 

Un’opportunità anche per Vladimir Putin… forse.

Probabilmente la morte di Prigozhin non avrà grosso impatto sul futuro della guerra in Ucraina, almeno non nell’immediato. Le prime conseguenze, tuttavia, si vedranno sul piano interno della Russia e, in particolare, nel suo fulcro e zar, Vladimir Putin. Le ombre e le difficoltà nella ricostruzione dei fatti hanno subito portato molti esperti europei e non a definire Putin come l’artefice della morte di Prigozhin, colui (quest’ultimo) che per primo e unico aveva provato recentemente a sfidare lo zar e il suo entourage. La morte del leader del Wagner Group è quindi una grande opportunità, non solo per esempio per provare a stabilizzare un maggior potere in Africa, ma soprattutto per liberarsi di un amico-nemico che, più di tutti, stava ottenendo forte appoggio in molte aree del mondo.

Se tuttavia il grande compito dell’ex cuoco di Putin era quello di servire, in tutto e per tutto, il suo padrone e non di sfidarlo pubblicamente, la morte di Prigozhin avrebbe dovuto essere rapida e ordinata, non imprecisa, disordinata ed esitante come quella accaduta settimana scorsa. Quasi due mesi sono passati infatti dalla tentata marcia su Mosca, che suggeriscono calcoli e ritardi esagerati da parte dell’entourage dello zar.

Un disagio che, tuttavia, va oltre il caso Prigozhin. In Russia è in atto un ampio programma di “purghe” all’interno del sistema militare nei confronti di coloro che potrebbero aver simpatizzato o collaborato con il fallito colpo di Stato dell’ex mercenario russo. Il licenziamento del generale Sergei Surovikin come comandante delle forze aeree, oppure di alcuni sostenitori dei putschisti (gli ultra-patrioti che sostengono la debolezza dell’attacco russo nei confronti di Kiev) tra cui per esempio l’ex ufficiale dell’FSB Igor “Strelkov” Girkin (arrestato per “estremismo” il mese scorso), mostrano un complicato giro di vite per regolare conti o scaricare colpe, che tuttavia continua a corrodere le radici del potere di Vladimir Putin.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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