Serbia e Kosovo: storia di un confine impossibile

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Nelle ultime settimane le relazioni tra Serbia e Kosovo sono tornate ai minimi storici, a causa dell’elezione di quattro sindaci di etnia albanese eletti con un’affluenza inferiore al 4% nei comuni nord del Kosovo, principalmente a maggioranza serba. Una situazione di tensione prolungata ormai dagli anni Novanta, dall’ottenimento dell’indipendenza da parte di Pristina e che dimostra come tra Serbia e Kosovo persista (ancora) un confine impossibile.

 

Serbia e Kosovo: la nascita delle tensioni

Il 2023 segna 25 anni dall’inizio di quella che conosciamo come guerra del Kosovo, conflitto del 1998 che ha portato l’ex provincia jugoslava nel sud-ovest della Serbia a lottare con il sangue per ottenere la propria indipendenza. Una situazione che ha fatto seguito ad un decennio (soprattutto dopo l’implosione dell’Unione Sovietica) di “indipendenza” di molte ex repubbliche jugoslave nei Balcani: Bosnia-Erzegovina, Croazia, Macedonia e Slovenia; tutti Stati che negli anni Novanta lasciarono la Jugoslavia per divenire nazioni sovrane.

In mezzo a questa situazione di repressione da parte del governo jugoslavo in crisi, l’etnia albanese che costituiva la maggioranza della popolazione nel Kosovo cercò l’indipendenza della provincia. La Serbia – come anche per i casi precedenti di Bosnia e Croazia – si oppose a tale “ribellione”, cercando di proteggere la propria minoranza in Kosovo con una violenta azione militare. Una vera e propria guerra che, al termine degli scontri nel dicembre del 2000, è giunta a contare oltre 13.500 morti, tra cui dieci mila bosniaci e più di due mila serbi.

Questo spiacevole e drammatico racconto, però, è anche la storia di Stati Uniti e NATO. I primi, sotto la spinta del presidente Bill Clinton, furono fondamentali nel chiedere e pianificare una risposta della NATO alle azioni violente della Jugoslavia, soprattutto dopo i genocidi in Bosnia e Ruanda di pochi anni prima. Quando in una guerra, però, sono presenti anche gli USA, qualche scandalo o problema sorge sempre a galla: infatti, secondo molti critici ed esperti, l’amministrazione Clinton sembrerebbe aver intensificato il coinvolgimento americano in Kosovo come un modo per distrarre dalle richieste di impeachment del presidente dopo lo scandalo con Monica Lewinsky. Tuttavia, anche la NATO venne criticata per la dura e persistente campagna di bombardamenti, soprattutto perché perseguita senza un forte consenso internazionale. L’esecuzione di crimini di guerra da parte delle forze jugoslave contro l’etnia albanese, però, soddisfò con molta probabilmente il requisito per una risposta militare internazionale al conflitto.

 

La “guerra delle targhe”

Torniamo però al presente, quando nel novembre 2022 le tensioni tra Serbia e Kosovo si ri-intensificarono per quella che possiamo chiamare “guerra delle targhe”. Le autorità di Pristina, infatti, chiusero due valichi al confine con Belgrado dopo che dimostranti serbi allestirono blocchi stradali per protestare contro le nuove leggi sulle targhe degli autoveicoli. Tale normativa prevedeva – a partire dal primo agosto – il divieto dell’uso di documenti e targhe serbe in queste regioni settentrionali del Kosovo. Decisione che non fece altro altro che aumentare drasticamente le tensioni tra i due poli, tanto che lo stesso presidente serbo Aleksandr Vucic giunse a mostrare sui vari social una mappa del Kosovo coperto dalla bandiera serba e ad avvertire che “la Serbia ne uscirà vittoriosa”. In aggiunta, i funzionari pubblici serbi di questi comuni a nord del Kosovo decisero di dimettersi, portando alla necessità di nuove elezioni.

 

Spettro di una guerra futura

Ad oggi la situazione tra Serbia e Kosovo è tutt’altro che migliorata. Il 23 aprile si tennero queste straordinarie elezioni: i serbi, nel tentativo di protestare, provarono a “boicottare” il voto, portando l’affluenza ad un misero 3,4%. La vittoria, perciò, venne consegnata a quattro sindaci di etnia albanese e che portò, inevitabilmente, ad una ribellione violenta da parte dei cittadini serbi contro le autorità kosovare.

Venerdì 26 maggio, a peggiorare la già delicata situazione, è ritornato sulla scena il presidente Vucic: Belgrado ha aumentato il numero di truppe al confine e ha avvertito che non starà a guardare se i serbi verranno attaccati. Qualsiasi intervento militare serbo in Kosovo, però, significherebbe uno scontro con le forze di peacekeeping della NATO. Il timore, perciò, è quello di dover assistere ad una riedizione dei drammatici eventi degli anni Novanta; una guerra che, assieme a quella ucraina, porterebbe ad una forte crisi della governance occidentale e, in particolare, di quella europea.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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