Siria, una crisi senza fine

Condividi:

Sembrava poterci essere una vera e propria rivoluzione dopo che gli Stati della Lega Araba approvarono, domenica 7 maggio, la reintegrazione della Siria su proposta dell’Arabia Saudita. Sembrava che i Paesi arabi avessero deciso di voltare pagina sullo storico e sanguinoso conflitto siriano cominciato dodici anni fa, con il presidente Bashar Al-Assad pronto ad una nuova vittoria diplomatica – seppur accusato di crimini di guerra e bandito dalla comunità internazionale. Tutto ciò dava speranza e possibilità per la Siria di giungere ad una tanto sperata stabilizzazione statale, un miglioramento netto delle condizioni di vita e la possibilità di guardare al futuro con obiettivi di crescita. Tuttavia, a questi grandi sogni corrispondono, ancora, immensi problemi interni, dalla grave condizione sanitaria all’insicurezza statale per l’assenza di controllo di molte zone del paese.

 

La Siria e il problema sanitario

Ne parlavamo già a febbraio: la guerra civile siriana che prosegue ininterrottamente dal 2011 tagliò le gambe alla popolazione statale, traghettando il Paese in una delle peggiori crisi umanitarie, sanitarie ed economiche del XXI secolo. La pandemia prima e, successivamente, il recente terremoto che ha colpito anche parte del territorio di Ankara hanno tuttavia alimentato il peggioramento della situazione sanitaria della Siria e, ad oggi, circa l’80% dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà.

Situazione resasi ancor più grave lo scorso mese, quando il governo siriano decise di aumentare i prezzi dei farmaci del 50%, secondo quanto affermato dal capo del Sindacato delle farmacie a Damasco. Una vera e propria calamità per una popolazione rimasta, dopo decenni di battaglie, senza sangue: sempre più indigenti, molte famiglie soffrono la mancanza di cure, a fronte di una situazione economica precaria e in continuo peggioramento. In particolare, in un clima di inflazione galoppante, il presidente del sindacato Hassan Derwan ha annunciato il 9 agosto il nuovo aumento dei prezzi, dopo che già in passato affermò un ulteriore incremento fino all’80%.

Prima della guerra, la Siria produceva circa il 90% dei suoi medicinali. Oggi, i produttori devono importare le materie prime in valuta estera, ovviamente più forti a fronte del deprezzamento della sterlina siriana rispetto al dollaro. Più nel dettaglio, il dollaro, che prima della guerra veniva scambiato con 47 sterline siriane, ora vale più di 14.000; il salario minimo mensile in Siria, d’altro canto, è di 130.000 sterline, ovvero di circa dodici dollari. In aggiunta, come se tutto ciò non bastasse, le aziende produttrici devono anche far fronte all’impennata del prezzo dell’olio combustibile per far funzionare i generatori nel processo di produzione, la quale porta ovviamente ad un incremento dei prezzi e, talvolta, ad un’impossibilità per le stesse aziende di permettersi la produzione stessa.

 

A fianco, guerra e terrorismo

Questa grave situazione sanitaria è, in parte, conseguenza di una instabilità governativa e della permanenza di scontri e guerre nelle zone ancora incontrollate dal paese, mettendo chiaramente in luce la persistenza del caos. Nel nord-est dello Siria, che ancora sfugge al controllo governativo, il 2 e 3 settembre si sono svolti combattimenti mortali contro i miliziani arabi, i quali si erano radunati a Damasco contro le forze curde irregolari – alleate degli USA nella lotta contro l’organizzazione dello Stato islamico (ISIS). A fianco, la continuazione dei bombardamenti russi (guidati dal Wagner Group) nella zona incontrollata a nord-ovest del paese, gli attacchi israeliani contro le forze filo-iraniane e, infine, la resilienza dell’organizzazione jihadista, che quest’estate ha moltiplicato gli attacchi contro le truppe del governo di Bashar Al-Assad.

Gli indiscutibili successi diplomatici di Al-Assad con la reintegrazione nella Lega Araba, tuttavia, non riescono a mascherare la sua incapacità di raggiungere una reale stabilizzazione interna. L’inserimento nella Lega non è stato in alcun modo accompagnato da una qualche iniziativa volta a rilanciare un processo politico da troppi anni completamente immobile, continuando talvolta a sfruttare queste zone di caos per il mantenimento del potere – come dimostrò, ad esempio, la sua impressionante rielezione nel 2021, una parodia che gli portò un quarto mandato di sette anni.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

Scopri altri articoli