The Brandt Line: il rapporto Nord-Sud è ancora valido?

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È il 12 febbraio 1980 e Willy Brandt, ex cancelliere della Repubblica federale tedesca (dal 1969 al 1974), consegna al Segretario generale dell’ONU Kurt Josef Waldheim il testo del “Rapporto Nord-Sud”, risultato del lavoro di due anni e mezzo della commissione – di cui Brandt è responsabile -, col compito di formulare un nuovo modello di sviluppo e di risoluzione delle disparità del mondo. 

Quella che verrà definita “Brandt Line” diventò un modo di visualizzare il mondo della Guerra Fredda, evidenziando le disparità e le diseguaglianze tra il ricco Nord e il più povero Sud del mondo. In particolare, la pubblicazione del rapporto individuava quattro livelli d’azione da intraprendere per raggiungere l’equilibrio mondiale: distensione a livello politico; riconversione dell’industria militare; aumento dell’aiuto da parte degli Stati industrialmente avanzati a quelli più deboli; e, infine, maggior equilibrio nelle regole del commercio internazionale.

Quarantatré anni dopo, la Brandt Line è una distinzione del mondo valida? Rappresenta ancora un sistema che permette di dividere correttamente gli Stati ricchi da quelli più poveri? È oggi, quindi, un sistema idoneo e non fuorviante di rappresentare la politica mondiale?

 

Analizziamo un’immagine

Osserviamo l’immagine copertina dell’articolo. Essa rappresenta l’intero pianeta tagliato praticamente a metà da una linea, la nostra Brandt Line. Come già affermato, la parte superiore dell’immagine (blu) rappresenta il “ricco Nord”, mentre la parte inferiore (rossa) “contiene” i territori poveri del mondo. 

Facciamo solo tre nomi: Cina, India e Brasile. Questi tre stati, quelli che molto probabilmente diverranno le tre potenze del futuro, sono inserite nel “Poor South”, tra i paesi poveri del pianeta. La Cina, ad oggi, è la seconda (se non prima) grande potenza del mondo, caratterizzata da grande spirito conquistatore e dalle enormi capacità economico-militari. L’India diverrà, in breve tempo, lo Stato più popoloso del mondo, superando con estrema facilità la Cina: “repubblica parlamentare” solo di nome, lo stato indiano ha anch’esso una potenzialità economica senza precedenti (sfortunatamente detenuta da una bassissima percentuale della popolazione). Infine, il Brasile, ricca di materie prime e con una superficie il doppio di quella dell’Unione Europea, ha le potenzialità per dominare economicamente tutta l’America Latina e, chissà, tutto il continente americano.

Quindi, se questi tre Stati vengono considerati “poveri” dalla commissione Brandt, come può questo modello di sviluppo venir considerato ancora valido?

 

Alta povertà non significa “essere poveri”; almeno sotto il punto di vista delle relazioni internazionali

Nel 2021, come “regalo” per il centenario dalla fondazione del Partito, il presidente cinese Xi Jinping annunciava in una cerimonia ufficiale l’azzeramento della povertà nel paese più popoloso del mondo. Secondo i dati consegnati dalle province cinesi, 99 milioni di cittadini sarebbero usciti da una situazione di indigenza negli ultimi otto anni e, in particolare, in sette mesi di due anni fa (2021), la grande repubblica asiatica avrebbe fatto registrare una riduzione di quasi 5,9 milioni di poveri. Guardiamo, però, la situazione in quei sette mesi, in cui tutto lo Stato registrava centinaia di migliaia di morti al giorno per la pandemia Covid-19: crescita PIL annua del 2,3% (il peggior dato in decenni), tasso di disoccupazione del 5,6% (in costante crescita da giugno 2020) e un calo di consumi pro-capite dell’1,6% (tanto che, secondo il premier Li Keqiang, 600 milioni di cinesi viveva con un reddito di appena 1000 Yuan al mese, 154 dollari). Enorme diminuzione del PIL e aumento della disoccupazione, accostato ad una (inspiegabile) diminuzione della povertà: un ossimoro sotto molti punti di vista. 

Spostiamoci in India, in cui un report dell’agenzia missionaria vaticana Fides ha rilevato che il paese registra ancora il numero più alto al mondo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, addirittura 228,9 milioni di indigenti. Continuiamo con i dati: 97 milioni di bambini poveri nel 2021 (un bambino su cinque); il 90% degli indigenti vive nelle campagne, contro un solo 10% nelle aree urbane; infine, 107° posto su 121 paesi nel “Global Hunger Index 2022” (GHI), rapporto annuale per monitorare la fame a livello globale. 

Il Brasile, infine, con una popolazione di quasi 210 milioni di persone, vede il 4,9% degli abitanti vivere con meno di 1,90 dollari al giorno, secondo i dati della Banca Mondiale. 10 milioni di persone, perciò, non possono permettersi un livello di sostentamento tale da consentire almeno la sopravvivenza. Di fianco, analfabetismo, sanità spesso inaccessibile per la maggior parte delle persone e insicurezza alimentare (dovuta alla deforestazione e ad un’agricoltura basata solo su monocolture), rendono sempre più il Brasile un gigante dai piedi d’argilla. 

Nonostante tutto ciò, nonostante ancora questa grande povertà che attanaglia questi tre stati, possiamo dire che Cina, India e Brasile siano “Paesi poveri”? Qual è il significato di povertà all’interno delle Relazioni Internazionali? O meglio, cosa mi interessa della povertà se io – leader di Cina, India e Brasile – posso e potrò in futuro dominare l’economia e la geopolitica dell’intero globo?

 

Cosa rimane della Brandt Line?

Le molte prove e i molti dati mostrati precedentemente suggeriscono che la Linea Brandt è in parte ancora intatta. Sebbene la diversità economica e la potenza del Sud sia esponenzialmente aumentata – come anche il suo potere economico -, le classifiche relative a reddito, povertà o sicurezza alimentare rimangono molto spesso inalterate e la gran parte della popolazione degli Stati del Sud resta insoddisfatta come lo era quattro decenni fa. 

I tassi di crescita stanno rimodellando la politica mondiale senza erodere il divario Nord-Sud tracciato dalla Linea Brandt, ma le valutazioni esistenti sulla diseguaglianza globale non risolvono la questione della sempre più ampia rilevanza geopolitica degli Stati del Sud del mondo. 

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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