Tunisia e Libia trovano un accordo per i migranti

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Giovedì 10 agosto Tunisia e Libia hanno annunciato l’accordo per una condivisione e accoglienza dei migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana, bloccati nei pressi della frontiera di Ras Jedir da qualche mese. Situazione stabilitasi dopo le profonde tensioni avvenute nel territorio di Tunisi, quando – il 3 luglio – uno scontro tra alcuni migranti sub-sahariani e abitanti locali nel paese di Sfax ha portato alla morte di un tunisino. Una serie di violenze razziste hanno caratterizzato il paese per qualche settimana, costringendo molti migranti a rifugiarsi nei confini statali.

 

L’accordo tra Tunisia e Libia

Erano quasi 350 le persone provenienti dall’Africa sub-sahariana cacciate dalla Tunisia il mese scorso e ancora bloccati in condizioni precarie nella zona cuscinetto di Ras Jedir, secondo le fonti umanitarie dell’AFP. È stato il ministero dell’Interno libico ad annunciare per primo il raggiungimento dell’accordo bilaterale, definendolo “una soluzione consensuale, al fine di porre alla crisi dei migranti irregolari bloccati nell’area di confine”. In particolare, secondo il concordato lo Stato libico si dovrebbe occupare di circa 150/200 migranti: “Il trasferimento del gruppo è avvenuto ieri [mercoledì 9 agosto] nei centri di accoglienza di Tataouine e Medenine”, secondo le parole del portavoce tunisino Fare Bouzghaya e con la partecipazione e supporto della Mezzaluna Rossa tunisina (CRT). Tunisia che, al momento dell’accordo, si è limitata ad annunciare la necessità di “un coordinamento degli sforzi per trovare soluzioni che tengano conto degli interessi di entrambi i paesi” e che ha il compito di occuparsi “di un gruppo di 76 uomini, 42 donne e 8 bambini”.

 

Il problema generale

Secondo le fonti umanitarie e, in particolare, dalla Mezzaluna Rossa libica supportata dalle Nazioni Unite, fino a 350 persone erano rimaste bloccate a Ras Jedir, tra cui 12 donne incinte e 65 bambini e minori. Già in un precedente articolo trattammo degli scontri che ad inizio luglio traghettarono la Tunisia in un clima di “tensione migratoria”, che portò alla cacciata di “almeno 2.000 cittadini sub-sahariani”, secondo diverse fonti umanitarie.

Successivamente, il 12 luglio il CRT arrivò ad ospitare circa 630 persone recuperate al confine di Ras Jedir, smistate poi nei paesi limitrofi. Nelle settimane successive, tuttavia, vari media documentarono testimonianze di migranti, guardie di frontiera libiche e ONG della presenza di quasi 350 persone ancora bloccate nella città di confine. L’ONU, l’1 agosto dalla sua sede di New York, ha denunciato “l’espulsione dei migranti dalla Tunisia verso la Libia”, chiedendo immediatamente la cessazione delle fuoriuscite e (seppur il tentativo fallimentare di smentita da parte dello stato tunisino) sottolineando come dall’inizio di luglio “almeno 27 migranti” siano morti nel deserto libico-tunisino e che altri 73 siano ancora dispersi.

 

Un accordo fondamentale

Il 18 luglio l’Unione Europea, a fronte dell’espulsione dei migranti sub-sahariani, è giunta a finalizzare un nuovo accordo con la Tunisia per cooperare al contenimento della migrazione dal paese, dopo che lo stato africano ha superato ufficialmente la Libia come principale punto di partenza in Nord Africa per le persone in cerca di protezione in Europa. Una situazione che, come abbiamo osservato, è divenuta sempre più precaria negli ultimi mesi, accompagnato dal più mortale primo semestre (quello del 2023) per i migranti nel Mediterraneo dal 2017.

È quindi necessario che l’UE lavori per ampliare le rotte sicure verso la protezione, rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso e mettere le persone – e non i confini – al centro dei negoziati. Obiettivi fondamentali e centralità umana che, tuttavia, con il nuovo accordo europeo-tunisino sembrano completamente mancare, come sottolineato anche da Harlem Desir, vicepresidente senior dell’IRC per l’Europa: “L’ultimo accordo con la Tunisia comporta un grande rischio di abusi, violenze e sfruttamento, spingendo i migranti su rotte ancora più pericolose in cerca di sicurezza. La protezione delle persone vulnerabili non deve essere sacrificata in nome della deterrenza”.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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