Carcere: aumentano i suicidi, diminuiscono i soldi

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Ci deve essere una trasformazione del sistema carcerario, per date pienezza e coscienza di uomo a chiunque, che per errore o fatalità, ignoranza o istinto, si sia macchiato di nefandezze e di colpe, ma è pur sempre uomo con quegli elementari, seppur limitati, diritti che le leggi umane gli assegnano e gli riservano per tornare ad essere un giorno uomo libero, lavoratore e cittadino” – Vincenzo Baldazzi, 1949.

Fin da quando si è giovani, dalle scuole superiori o negli esami di diritto all’Università, ci insegnano qual è (o quale dovrebbe essere) l’obiettivo del carcere in Italia: essere “strumento di rieducazione” per il detenuto. Un obiettivo che, tuttavia, 259 anni dopo la pubblicazione de “Dei diritti e delle pene” di Cesare Beccaria, rimane ancora più un’utopia che una possibile realtà. Sogno lontano soprattutto a fronte dell’esponenziale aumento del tasso di suicidi nelle carceri, che hanno segnato il 2022 come il peggior anno di sempre.

 

L’aumento dei suicidi nel carcere

84. 84 è il numero di detenuti suicidatosi in carcere nel 2022: la cifra più alta dal 1990, l’anno in cui è iniziata la raccolta dei dati. Secondo l’associazione Ristretti Orizzonti – che si occupa di raccogliere, elaborare e divulgare notizie relativi al carcere italiano, in media si è suicidato l’anno scorso un detenuto ogni quattro giorni e mezzo. Come sottolineato da Pagella Politica, invece, se si rapportano tali numeri con i circa 55mila detenuti attualmente presenti, si scopre che ci sono stati 15,2 suicidi ogni 10mila detenuti. Un tasso che assume ancor più rilevanza se paragonato al numero di suicidi fuori dal carcere: nel 2019 (ultimo anno con statistiche certe registrate) ci sono stati 0,71 vittime ogni 10mila abitanti. In altre parole, i suicidi sono circa venti volte più diffusi in carcere rispetto alla popolazione generale. 58 i suicidi nel 2021 e 51 nel 2020. Addirittura, dieci anni fa, quando la popolazione carceraria era più numerosa (oltre 66mila contro i 55mila di oggi), si suicidarono 60 prigionieri, ventiquattro in meno rispetto all’anno scorso.

Ma prendiamo due “casi-studio”. Il 22 dicembre, Giovanni Carbone – detenuto del carcere di Lanciano (CH), si è impiccato nella sua cella, arrestato tre giorni prima con l’accusa di omicidio della compagna, Eliana Maiori Caratella. Il segretario generale del sindacato di polizia penitenziario, Ruggero Di Giovanni, ha dichiaro che in tutto il piano detentivo dove si trovava il detenuto Carbone era presente un solo agente. “Tanto per dare qualche numero”, ha dichiarato Di Giovanni, “quel piano è composto da due sezioni, una con circa 50 detenuti ad alta sicurezza che richiedono, a causa della tipologia di reati un’attenzione maggiore e costante”. E una seconda che, invece, prevede “la presenza costante di circa venti detenuti chiamati ‘nuovi giunti’, ovvero detenuti appena arrestati e sottoposti a ‘grande sorveglianza precauzionale’ proprio per prevenire gesti autolesionistici”. Oppure, l’ultima vittima del 2022 è stato un ventenne italo-albanese, Adolfo Latifaj, anch’egli impiccatosi nella sua cella. Il cappellano del carcere, Don Dario Crotti, ha detto che “era un detenuto molto fragile. Me lo avevano segnalato gli agenti di polizia penitenziaria e gli avevo parlato. Purtroppo non è stato sufficiente”. Meno parole, più controlli: sarebbe forse questa la formula migliore per affrontare il problema.

 

“E lo Stato che fa”?

Prima pagina, venti notizie ventuno ingiustizie e lo Stato che fa. Si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. Questi versi del capolavoro “Don Raffaè” di Fabrizio de André raccontano perfettamente la reazione dello Stato e del governo Meloni rispetto al problema dei suicidi nel carcere. “Le carceri sono la mia priorità”, affermava – costernato, indignato e impegnato – Carlo Nordio, che aveva così risposto ai cronisti pochi giorni dopo il giuramento da ministro della Giustizia. E invece, il testo della legge di Bilancio 2023 non fa altro che, appunto, gettare la spugna con gran dignità. Fra tutti i tagli che l’esecutivo ha annunciato di voler compiere, quello sulla giustizia promette di far sprofondare ulteriormente un sistema che – come dimostrato precedentemente – evidenzia i suoi limiti costantemente.

In particolare, secondo l’articolo 154 della bozza, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dovrà risparmiare all’anno almeno 9,57 milioni per il 2023, 15,4 milioni per il 2024 e 10,9 milioni per il 2025. Un ammanco di oltre 35 milioni di euro in tre anni che non farà altro che schiacciare e sopprimere l’organico penitenziario. Una scelta, quella del governo Meloni, completamente contrastante con le intenzioni e gli impegni dichiarati al Senato dall’allora Ministra della giustizia Marta Cartabia: “Ristrutturazione degli spazi carcerari, miglioramento della qualità della vita dei detenuti e degli agenti di custodia penitenziaria”, attraverso investimenti provenienti principalmente dal PNRR.

È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione, che è l’arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d’infelicità possibile”, così narrava Cesare Beccaria. Parole che oggi, tuttavia, vengono accompagnate da quelle che Giorgio Righetti (Direttore Generale Acri) chiama “pulsioni primitive”, sintetizzabili in espressioni quali: “Buttiamo la chiave”, “Condanne esemplari”, “Prescrizione = Impunità”. Per alcuni reati il carcere è d’obbligo ma, ad oggi, la detenzione per molti detenuti significa condanna a morte.

 

… Il più sicuro ma più difficile mezzo per prevenire i delitti… l’educazione…” – Cesare Beccaria.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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