Filippine: combattere l’illegalità con la pena di morte

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Sebbene le Filippine siano state il primo paese asiatico ad abolire la pena di morte ai sensi della costituzione del 1987, la validità e la possibilità – per alcuni gravi casi – di reintrodurre l’esecuzione capitale è sempre stato un tema costante nel territorio di Manila. Tanto che, già durante l’amministrazione del presidente Fidel Ramos nel 1993, venne reinserita per fronteggiare l’esponenziale aumento della criminalità, per poi essere eliminata definitivamente nel 2006-07.

Negli ultimi anni, tuttavia, sempre a fronte del problema della sicurezza che attanaglia le Filippine, molti senatori e presidenti provano ad imporre la loro idea favorevole al reintegro della pena di morte, introducendo il classico tema dell’efficienza di tale mezzo e della contrapposta difesa del diritto alla vita.

 

Un primo tentativo nelle Filippine nel 2016

Un decennio dopo la firma e la ratifica del Secondo protocollo facoltativo al patto internazionale, relativo ai diritti civili e politici e finalizzato all’abolizione della pena di morte (2006), nel maggio 2016 venne eletto presidente Rodrigo Duterte, il quale durante la sua campagna elettorale promise di reintrodurre la pena capitale per combattere il traffico di droga nelle Filippine e altri gravi reati. Una prospettiva che, effettivamente, prese forma ufficiale il 7 marzo 2017, quando la Camera dei rappresentanti ha approvato con grande maggioranza il disegno di legge n.4727 sul ripristino della pena di morte per i casi sopracitati. Tuttavia, questo progetto rimase bloccato in Senato per i mesi successivi, a causa del mancato sostegno da parte di parecchi senatori e di molti parlamentari per l’azione globale (PGA).

 

Il ritorno nel 2022

Seppur qualche tentativo tra il 2019 e il 2020 (con l’analisi di 18 progetti di legge presentati alla Camera dei Rappresentanti), un vero ritorno di fiamma si ebbe nel 2022 quando il legislatore Robert Ace Barbers spinse per il ripristino della pena di morte per crimini atroci. Seppur il divieto da parte dell’accordo internazionale del 2006, il rappresentante politico affermò esplicitamente che la volontà della maggioranza statale poteva e doveva prevalere su qualsiasi mandato imposto dalle organizzazioni internazionali: “Se c’è un forte sentimento delle Filippine per il ripristino della pena di morte per i crimini capitali o per i crimini atroci commessi, allora nessuna organizzazione internazionale può impedirci di attuarla”, affermò nell’agosto 2022 Barbers.

Tuttavia, il ripristino della pena di morte nelle Filippine (secondo anche un discorso nel 2019 da parte dell’esperto di diritto internazionale William Schabas) significherebbe una diminuzione della reputazione globale da parte del territorio di Manila, non in grado di conservare il controllo del proprio paese e incapace di mantenere la “parola data”. In particolare, il Secondo Protocollo Opzionale non ha alcun tipo di clausola di recesso, vincolando di fatto le Filippine a non poter più eseguire la pena di morte in modo permanente. Di conseguenza, se le Filippine dovessero procedere con la reintroduzione dell’esecuzione capitale, diverrebbero il primo paese dopo la Corea del Nord a contestare apertamente un trattato globale e verrebbero riconosciute come “fuorilegge internazionale”.

 

I tentativi del 2023

Nonostante il discorso appena compiuto e le grandi problematiche legate alla reintroduzione, anche quest’anno alcuni legislatori hanno provato a spingere con progetti di legge sull’esecuzione capitale. Il principale è stato Ronald dela Rosa, il quale ha presentato un progetto volto a reintrodurre la pena di morte contro politici e clan politici che gestiscono gruppi armati ed eserciti privati per colpire gli avversari. “È giusto che questa volta i politici, senza eccezioni, ritenuti colpevoli di mantenere un esercito privato o coinvolti in qualsiasi forma di omicidio siano puniti con la pena di morte”, ha dichiarato l’11 maggio dela Rosa ai giornalisti. “Alcuni di noi”, ha invece dichiarato a UCA News il legislatore e co-sponsor del disegno di legge Wowo Fortes, “ricorrono alla violenza quando perdono o vogliono spodestare una minaccia nella posizione. Alcuni mantengono persino eserciti privati e sicari perché si sentono protetti dalla legge e hanno legami con il governo”.

Fortes, e il disegno di legge di dela Rosa, fanno riferimento al recente assassinio del governatore Roel Degamo della provincia di Negros Oriental assieme ad altri cinque membri, il 4 marzo di quest’anno. L’uccisione è stata seguita da una marcia di circa cento membri del gruppo cattolico pro-vita delle Filippine, riunitisi successivamente davanti alla Commissione per i diritti umani a Quezon City della capitale Manila. “Non veniamo solo come cattolici ma come cittadini filippini che vogliono pace e giustizia nella nostra terra”, affermò a UCA News il presidente di Life and Hope Javier Urbano. “Abbiamo ricevuto segnalazioni secondo cui alcuni politici hanno ancora scagnozzi a pagamento o eserciti privati per annientare i loro nemici politici”.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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