Qatar: la forma di governo fondata sul “sogno”

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“Non vendiamo sogni, ma solide realtà”. Il celebre slogan ideato dal titolare del marchio e franchising Immobildream, Roberto Carlino, ha riempito le nostre televisioni per molti anni. Questo stesso “motto”, però, può essere utilizzato per descrivere il ricco mondo che molte città della penisola araba vendono al resto del mondo, in maniera però totalmente opposta: “Vendiamo sogni, ma non solide realtà”. I grandi centri economici e petroliferi affacciati sulla costa orientale della penisola arabica sono divenuti – in maniera esponenziale negli ultimi anni – luogo di nascita (e di rivincita) di giovani imprenditori digitali; territori fertili per il mercato immobiliare e regioni cardini del mondo delle cryptovalute. L’American Dream è stato spodestato dall’Arab Dream. 

La penisola araba, però, non è solo quella forma democratica fondata sul “sogno”, il più delle volte raggiungibile a pochi. È, soprattutto, un territorio ricco di molte contraddizioni interne: definito da molti la base futura degli investimenti, è sempre più al centro delle critiche per la poca (quasi spesso inesistente) attenzione verso la sfera dei diritti umani e, in poche parole, tutto ciò che non implica un guadagno economico. Per spiegare meglio questa contraddizione prendiamo come oggetto d’analisi le recenti vicende che hanno incollato milioni e milioni di tifosi al televisore: i Mondiali di calcio 2022, ospitati dal ricco stato del Qatar e dalla capitale Doha.

 

Stadi costruiti su “cimiteri”

Il 20 novembre 2022 cominciò il Mondiale in Qatar, tra show pirotecnici e fior fior di quattrini investiti. Nelle settimane precedenti, però, fece enorme scalpore la fuoriuscita di un dato specifico al numero di morti sul lavoro per la costruzione degli stadi, dediti ad ospitare il torneo calcistico più importante in assoluto. Sui nostri giornali e nel mondo mediatico venivano confermati più di 6.500 lavoratori immigrati morti – letteralmente – sul campo. Secondo il giornale britannico Guardian – addirittura in un articolo pubblicato il 23 febbraio 2021 – venivano confermate le morti di queste migliaia di lavoratori provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. Morti cominciate già nel 2010, anno in cui le strade di Doha si riempirono per festeggiare la notifica della presenza dei Mondiali dodici anni dopo, e proseguite (queste morti), in silenzio, per oltre un decennio. La stima reale, però, potrebbe essere decisamente più alta, considerando che Stati come Kenya e Filippine – che hanno inviato un gran numero di migranti lavoratori – non hanno raccolto alcun dato inerente al fenomeno.

 

Omosessualità? Danno mentale

“L’omosessualità è un disturbo mentale”. Chiaro e preciso, senza mezzi termini, l’ambasciatore dei Mondiali Khalid Salman sottolineò le rigide regole che il mondo LGBTQ+ ha dovuto seguire una volta messo piede a Doha. Affermazioni che, ai più, possono non stupire; ricordiamo però che, con assoluta “nonchalance”, l’ex calciatore Salman dichiarò il tutto in un’intervista alla televisione tedesca ZDF, nel documentario “Geheimsache Qatar”. La criminalizzazione per atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso non sono una novità in Qatar, condannati penalmente all’articolo 293: è prevista l’incarcerazione per chi “guidi, induca o tenti un maschio, in qualsiasi modo, a compiere atti di sodomia o di depravazione”, oppure chiunque “induca o tenti un uomo o una donna, in qualsiasi modo, a compiere atti contrari alla morale o illegali”. 

Amnesty International e Human Rights Watch hanno inoltre indagato e confermato, nell’ottobre 2022, casi di molestie e abusi sessuali verso persone arrestate con sospetto di omosessualità. In particolare, diverse donne transgender arrestate sono state obbligate a seguire differenti terapie per la conversione come condizione per la loro scarcerazione, presso i cosiddetti centri di “assistenza sanitaria comportamentale” – ovviamente sponsorizzati dal governo.

 

Big Brother 

Se tutto ciò appena descritto non bastasse a mettere ombra sul Qatar, l’emirato mediorientale ha colto l’occasione dei Mondiali per finanziare alcuni ammodernamenti strategici volti a perfezionare i sistemi di sorveglianza, della difesa e di sicurezza cibernetica dell’intera nazione. Ogni confine e ogni stadio sono stati messi sotto protezione dalle autorità, cacciando o arrestando qualsiasi “indiziato”: non solo terroristi, ma anche ultras o sospettati sono stati inseriti all’interno di una black list condivisa, impedendo l’ingresso nei principali luoghi pubblici. In particolare, gli otto stadi che hanno ospitato i vari match calcistici sono stati “decorati” da più di 15.000 telecamere ad altissima definizione, in grado di catturare qualsiasi volto seduto in tribuna e alimentati da algoritmi di riconoscimento facciale. 

 

Vendiamo sogni, ma non solide realtà

Il grande e ricco Qatar, come tutto il territorio arabo, è sempre più il sogno di molti giovani  imprenditori e terra delle libertà per i lussuosi investitori. È anche, però, una regione “economicamente nuova”, in un’epoca di impressionante trasformazione e di apertura internazionale: questa “novità” porta chiaramente a privilegiare l’immagine all’estero piuttosto che il benessere dei “non-investitori“; e le ombre dietro il territorio arabo sono e saranno sempre più fitte e numerose. 

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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