Torino e il triangolo del Crack

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È triste che alcune notizie o situazioni, soprattutto quando hanno a che fare con i giovani e la droga, vengono sempre “fatte scoprire” e analizzate da enti privati televisivi o, sempre più spesso, da canzoni direttamente scritte da qualche attore protagonista di quelle circostanze. È triste perché, assieme ai telespettatori, chi viene a scoprire di queste condizioni è principalmente il Governo, chi comanda o, più direttamente, il comune o provincia di riferimento. È ciò che sta accadendo da anni in una delle principali città economiche della nostra penisola, Torino, completamente invasa, sia nel centro città che nelle periferie, dal crack.

 

Al di là di Torino: la pericolosità del crack

Prima di entrare nel caso di Torino, è doveroso analizzare la pericolosità della droga con cui abbiamo a che fare in questa storia. Si tende a pensare al crack e alla cocaina come due droghe completamente differenti e distanti: dopotutto, una è una sostanza bianca, polverosa e che si sniffa; l’altra, invece, è  scura e appiccicosa che viene fumata. Tuttavia, queste due droghe sono abbastanza simili, per il semplice fatto che la seconda è una variazione della cocaina. Più nel dettaglio, il crack è una forma impura di cocaina che viene trasformata in bianchi cristalli e successivamente scaldati e fumati, a differenza invece della sua forma pura (la cocaina) che viene semplicemente tagliata e inalata per vie nasali.

Il grande problema, però, è la dipendenza che una droga può creare. La ricerca nei campi dell’abuso di droga, farmacologia e psicologia indica che il periodo di tempo tra l’introduzione di una droga nel corpo e la sua capacità di produrre euforia e piacere è assai importante nel potenziale di abuso di quella droga. La cocaina, per esempio, è una sostanza che tipicamente viene data “già pronta” e che, soprattutto, produce il suo effetto di sballo diversi minuti dopo essere stata sniffata. D’altro canto, il crack può essere anche “artigianalmente” prodotto: la cocaina viene sciolta in acqua e ammoniaca e, successivamente, viene lasciata evaporare fino alla formazione di cristalli; questi vengono poi raccolti ed essiccati. Questo lungo processo di “creazione”, però, non corrisponde alla lunghezza dell’euforia e piacere che lascia nel corpo: a differenza della cocaina pura che continua i suoi effetti per anche ore, il crack lascia il cervello molto più rapidamente dopo che si è smesso di fumare e gli effetti, di conseguenza, hanno breve durata. Un dettaglio di estrema importanza, proprio perché i consumatori – una volta svanito l’effetto – è altamente probabile che sperimentano depressione fino al successivo utilizzo; si entra così in un circolo vizioso e continuo, una ricerca assidua di un’euforia che dura sempre meno all’interno di un corpo oramai assuefatto.

 

Il Triangolo del Crack

Corso Vercelli oggi è il confine. Il limite più esterno della “zona del crack”, la cerniera tra vecchie e nuove zone conquistate dai pusher. Un tempo era il quartiere degli operai: alle quattro della mattina già attivo per cominciare il lavoro alle sei; oggi è attivo di notte, ricco del via vai di chi compra e vende il crack. “Come immagino lei sappia”, scriveva un cittadino oltre un anno fa a La Stampa in una lettera indirizzata al sindaco, “se prima il degrado era concentrato in piazza Montanaro e vie traverse ora il problema si è espanso nelle strade contigue, in particolare via Belmonte, via Chatillon, via Fossata, via Ceserole. La situazione sta precipitando”.

L’insicurezza di qualcuno è la depressione di qualcun altro, alla ricerca assidua di qualche dose in più. Recentemente le Iene hanno riproposto un servizio (già svolto almeno due anni fa) sul Triangolo del Crack di Torino, una zona comprendente Corso Palermo, Via Montanaro e Largo G.Cesare completamente conquistata dai pusher. C’è chi vende e chi compra; ci sono donne che addirittura sono disposte a vendere il proprio corpo pur di sentire un’altra volta quella sensazione di sballo ed euforia. Nessuno, però, si muove per risolvere il problema; o, ancora peggio, nessuno si accorge di questa situazione.

 

L’individualismo sfrenato della nostra epoca appartiene anche al mondo della tossicodipendenza. Chi fuma crack lo fa quasi sempre in solitudine: ci sono 35enni o 40enni che spariscono per intere giornate, rinchiudendosi da qualche parte per fumare e crearsi una sorta di pericoloso rifugio mentale” – Giovanni Alessandri.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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