Matteo Messina Denaro e l’omicidio di Giuseppe Di Matteo

Condividi:

La mafia non uccide i bambini”. Una regola di Cosa Nostra tramandata per secoli, ma smentita dalle 108 bare bianche che raccontano una storia completamente contraria. Vittime innocenti, volti che sarebbero dovuti rimanere lontani dalla violenza e vite spezzate solo perché figli di uomini di giustizia o famiglie malavitose. Tra queste spicca la storia dell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido a quindici anni nel 1996 sotto l’ordine dell’ex boss mafioso Matteo Messina Denaro, deceduto ieri a sessantadue anni.

 

La storia del rapimento ordinato da Matteo Messina Denaro

Raccontare la storia del rapimento del piccolo Di Matteo è facile; ma sarà sempre impossibile – per un “esterno” – narrare il dolore e l’orrore di quanto avvenuto in quei 779 giorni di isolamento. Secondo le testimonianze dei condannati, Giuseppe di Matteo sarebbe dovuto essere lo strumento con cui convincere il padre “pentito” Mario Santo Di Matteo (detto Santino), per lunghi anni vicino alle attività illecite del clan dei Corleonesi. Padre che, prima di collaborare con la legge, coprì periodicamente la latitanza di Giovanni Brusca, uno dei condannati per l’omicidio del quindicenne. Oltre all’equitazione, Giuseppe amava i videogiochi; e, a proposito, come ricordato dal fratello minore Nicola: “Un giorno arrivò Giovanni Brusca, a me e mio fratello Giuseppe regalò un Nintendo, è ancora a casa da qualche parte, quanto ci abbiamo giocato nei due mesi che rimase a casa nostra con la sua compagna. Allora non sapevo che fosse un mafioso latitante, non sapevo neanche del ruolo di mio padre”.

La vita del piccolo Di Matteo proseguiva nella più ingenua delle normalità, tipica di quei bambini i cui familiari sono costretti a lavorare per le famiglie malavitose. Così fino a quando il padre, “sbagliando e non sbagliando”, cominciò a consegnare informazioni riguardo la Strage di Capaci dell’anno precedente. Le minacce continuavano ad arrivare ma il padre non voleva “tenere la bocca chiusa”, fino a quando la sentenza peggiore non fu scritta in un freddo pomeriggio di novembre, addirittura due anni e mezzo prima dell’omicidio. Era il 23 novembre 1993.

Matteo Messina Denaro, secondo quanto riferito da lui stesso dopo la cattura, ha affermato di non aver mai ordinato l’omicidio di Giuseppe Di Matteo. Ha sì ordinato il sequestro, ma ha poi scaricato tutte le responsabilità su Giovanni Brusca. Con o senza Matteo Messina Denaro, però, il dramma si è consumato nel peggiore dei modi. Giuseppe non vedeva il padre Santino da cinque mesi, lontano dalla Sicilia per motivi di sicurezza dopo l’attentato a Giovanni Falcone. Era un bambino a cui mancava il papà, e quando gli uomini di Brusca si presentarono al maneggio promettendogli di portarlo ad incontrare il genitore, il piccolo non poteva che rispondere con il più grande dei sorrisi. “Agli occhi del ragazzo siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi”, disse Gaspare Spatuzza, uno dei mandanti di Brusca. Quegli uomini, però, travestiti da agenti della Dia, non lo avrebbero mai portato dal padre; non avrebbe mai più rivisto la sua famiglia, i suoi amici o giocato mai più con un Nintendo. Comincia così un pellegrinaggio di casolare in casolare, chiuso nel bagagliaio dell’auto e poi imprigionato per 180 giorni in una stanza nascosta sotto il pavimento di un bunker nelle campagne di San Giuseppe Jato. Così per 25 lunghissimi mesi, fino a quando non si giunse alla “soluzione” finale: la punizione perfetta per un padre chiacchierone.

 

Il bambino che non ha sconfitto la mafia

Gli “uomini d’onore” non coinvolgono i bambini. L’ordine iniziale, infatti, fu quello di uccidere Giuseppe solamente quando avrebbe compiuto diciotto anni. L’11 gennaio, U verru (il porco, in siciliano), il più freddo degli scagnozzi tanto da essere scelto per azionare il detonatore della Strage di Capaci, scoprì in televisione di essere stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo: sentenza scritta, senza la testimonianza, di Santino Di Matteo. Cadono così tutte le regole non scritte; e i picciriddi avrebbero dovuto pagare per le colpe dei padri infami.

Alliberateve de lu cagnuleddu”, disse il boss Giovanni Brusca. 779 giorni dopo il sequestro richiesto da Matteo Messina Denaro, il piccolo Di Matteo fu strangolato a morte con una corda e, successivamente, sciolto nell’acido per evitare qualsiasi traccia; per non lasciare una tomba alla famiglia su cui piangere. Giovanni Brusca, uno dei principali mandanti di questo orrore, ha lasciato da poco il carcere dopo un quarto di secolo, a dimostrazione di come l’omicidio di Giuseppe Di Matteo non sia servito a nulla per combattere la mafia.

 

Di seguito, la breve e agghiacciante ricostruzione fatta nel processo da uno degli assassini Vincenzo Chiodo, trascritta dal sito web Antimafia 2000. “Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muovesse. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) Il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. ‘Sto morendo’, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) Io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) Io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire”.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

Scopri altri articoli