Torri Gemelle, 11 settembre: il giorno che cambiò il corso della storia

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Qualche giorno fa, oramai come ricorrenza, il mondo intero ricordava le migliaia di persone che, ventidue anni fa, persero la vita durante l’attentato alle Torri Gemelle di New York. L’attacco terroristico più famoso e importante della storia (finora), il giorno in cui, per la prima volta dalla sua esistenza, gli Stati Uniti vennero colpiti – e affondati – nel loro territorio; 11 settembre: il giorno in cui la parola “terrorismo” entrò effettivamente nelle case di tutti gli occidentali e, allo stesso tempo, il momento in cui chiudemmo gli occhi sulle cause di questo fenomeno.

In questo articolo narreremo l’attentato alle Torri Gemelle sotto un altro punto di vista, raccontando il prima e il dopo di quel drammatico giorno e l’importanza del crollo delle due torri per gli Stati Uniti d’America.

 

Torri Gemelle: il prima

Perché il “mondo islamico” (ovviamente generalizzando) ha deciso di attaccare gli Stati Uniti? Il nostro racconto deve partire da qua, cercando di intuire le cause che potrebbero aver, in qualche modo, alimentato l’odio verso Washington. Se i primi rapporti concreti si possono datare agli anni Cinquanta, solo al termine della guerra in Afghanistan (1979-1989) e negli anni Novanta cominciano ad inasprirsi le relazioni. Afghanistan che, tuttavia, ebbe un enorme appoggio da parte degli Stati Uniti per sconfiggere e cacciare dal proprio territorio l’Unione Sovietica, dopo un decennio di devastazione e guerriglia che portò alla morte di quasi due milioni di persone.

La sconfitta di Mosca e la vittoria dei mujaheddin rappresentarono soprattutto il trionfo di Washington sull’acerrimo nemico della Guerra Fredda e la possibilità di instaurare un governo sicuro in questi territori. Successo che, inoltre, poteva anche rappresentare una rivincita verso la disfatta di qualche decennio prima nella guerra del Vietnam, in cui l’URSS sostenne ampiamente i militari del territorio di Hanoi. Come possiamo immaginare, però, ad una vittoria militare non corrispose una vittoria politica, e gli Stati Uniti non riuscirono mai a convivere con il neo-governo afghano, appena “tornato a galla” dopo un decennio di violenza. Il tutto contornato, nel 1988, dall’ascesa al comando del gruppo paramilitare terroristico al-Qaeda di una particolare figura; colui che, in un modo completamente “innovativo”, riscriverà (in negativo) i rapporti tra Islam e Stati Uniti andando a colpire quest’ultimi nei loro simboli e nelle loro certezze: Osama Bin Laden.

 

Colpire dove fa più male

Per capire l’importanza di questo attentato non ci si può fermare alle sole vittime del crollo. È necessario, in qualche modo, parlare del simbolismo americano; o, ancora meglio, della valenza simbolica che contraddistingueva le Torri Gemelle negli USA. Fin dalla loro progettazione e costruzione, le Twin Towers divennero in qualche modo uno dei principali simboli americani: le “sorelle dell’opulenza” o “gemelle della dominanzaavrebbero dovuto rappresentare in tutto e per tutto la forza della società civile americana, il raggiungimento del successo e rappresentazione “quotidiana” dell’American Dream. Lo stesso architetto, il giapponese Minoru Yamasaki, incarnava in sé questi aspetti: ossessionato dagli spazi aperti e dai richiami alle cattedrali, il suo stile riconoscibile internazionalmente era praticamente perfetto per l’ideale che le Torri Gemelle avrebbero dovuto incarnare. Non solo: farne una non sarebbe stato abbastanza. Il “simbolo del doppio”, facilmente intuibile nel nostro caso, era una ricorrenza costante nell’America di quegli anni, dal simbolo stesso del dollaro o dal logo del McDonald – costituito da due archi.

E fu proprio questo fanatismo verso il simbolismo che provocò, in parte, gli eventi di cui stiamo narrando. Perché le Torri Gemelle non potevano attirare esclusivamente gli occhi passionali degli americani, ma anche quello dei suoi nemici. L’imperialismo americano che guardava dall’alto al basso il resto del mondo e degli ideali non capitalistici; una sfida al cielo, a Dio, che sicuramente non poteva andare a braccetto con il mondo islamico. Opulenza statunitense che, di conseguenza, fu anche la fortuna di Osama Bin Laden: la grandezza delle due torri e la loro esposizione verso il mare senza alcun grattacielo abbastanza alto le rendevano due facili obiettivi per far crollare i sogni e le speranze future della popolazione americana.

 

La vendetta imperfetta

Uno per uno li troveremo [Al Qaeda e Talebani] e pezzo dopo pezzo distruggeremo la loro rete terroristica”. È l’11 ottobre 2001, un mese esatto dopo gli attacchi terroristici, e George W.Bush annuncia al mondo intero la necessità americana ed europea di invadere e distruggere il nuovo nemico internazionale: “L’attacco ha avuto luogo sul suolo americano, ma è stato un attacco al cuore e all’anima del mondo civilizzato. E il mondo si è unito per combattere una guerra nuova e divisa, la prima, e speriamo l’unica, del 21°secolo. Una guerra contro tutti coloro che cercano di esportare il terrore e una guerra contro i governi che li sostengono o li proteggono”. La successiva operazione – che prenderà il nome di “Enduring Freedom” – diverrà di conseguenza il primo piano globale con lo scopo di affrontare il fenomeno del terrorismo, anzitutto invadendo il territorio di Kabul.

Un’operazione che, tuttavia, ha portato con sé – oltre che migliaia di vittime civili in tutta l’Afghanistan – enormi problemi soprattutto in ambito di diritto internazionale. Secondo l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta ONU (1945), “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza…”; una norma di valore consuetudinario che vieta la guerra sia contro l’integrità territoriale di qualsiasi Stato che in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite. C’è, però, una particolare eccezione a questa legge dell’ONU, la legittima difesa. Regolata dall’articolo 51 della Carta ONU, la legittima difesa si basa sul presupposto che, in precedenza, contro uno Stato sia avvenuto un attacco o un’aggressione armata e, sempre secondo la norma, deve rispettare tre requisiti: necessità, immediatezza e proporzionalità. Applicando, quindi, tale norma alla reazione americana all’attentato delle Torri Gemelle possiamo individuare un grande problema: se i requisiti di necessità e immediatezza sono stati rispettati da Washington (giustificando il ritardo di due mesi degli USA nell’attacco sia per la necessità di organizzazione militare che per la distanza geografica tra i due Stati), il principio della proporzionalità venne completamente meno. Accantonando, come giusto che sia in ambito giuridico, il valore simbolico dell’attacco, l’attentato alle Torri Gemelle ha portato alla morte di 2977 civili; l’operazione Enduring Freedom – conclusa solo con l’amministrazione Obama nel 2013 – e la successiva permanenza degli USA in Afghanistan (conclusasi solo nel 2021) ha portato alla morte di 240.000 persone: 84.191 Talebani e alleati, 78.314 forze militari afghane e, infine, 71.344 civili. 2,26 trilioni di dollari spesi in vent’anni per una guerra che, senza dubbio, non ha portato alla risoluzione del problema internazionale del terrorismo, alla distruzione di Al-Qaeda o alla morte immediata di Osama Bin Laden. L’invasione americana in Afghanistan fu (e rimane) un atto internazionalmente illecito; una reazione anche giusta ad un attacco terroristico, ma che non rispettò in alcun modo consuetudini e leggi internazionali.

Arienti Stefano

Arienti Stefano

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